Giovani e agricoltura: un connubio ancora possibile

Alessia Cavallaro

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Da sempre la terra e la sua coltivazione sono state fondamentali per  la storia italiana. Oggi, nonostante occupino circa solo il 4% della produzione economica del nostro Paese,  le attività del settore primario possono  svolgere, nel nostro territorio, un ruolo molto importante soprattutto nelle esportazioni, visto che l’Italia, insieme ad  altri Paesi dell’UE, è  uno dei grandi fornitori di cibo di qualità nel mondo.

L’Italia, tramite politiche interne comuni all’UE, ha tentato sempre di sostenere la produzione del settore primario grazie a sussidi economici, assegnati agli agricoltori e agli allevatori. Se da un lato teorico, tali contributi hanno garantito prezzi bassi dei prodotti agricoli, in modo tale da minimizzare le importazioni e massimizzare il commercio interno tra gli stessi Stati, da un punto di vista puramente pratico, spesso questi aiuti sono stati inutili e di difficile attuazione. Inoltre questo sistema è stato più volte contestato e criticato dai paesi extraeuropei, soprattutto da quelli in via di sviluppo, poiché queste politiche tendono ad ostacolare l’acquisizione di vegetali e di carni provenienti da altri Paesi.

Gli ultimi cinquant’anni sono stati caratterizzati da una forte crisi dei settori produttivi, che ha costretto diversi lavoratori occupati nei settori secondari e terziari, ad emigrare verso Stati economicamente più fertili. Per quanto riguarda il primario questo momento difficile ha invece “costretto”, per voglia, devozione o necessità, un ritorno ai campi. Probabilmente, essendosi resi conto di quanto l’Italia basasse la propria economia sulla coltivazione, si sono cercate soluzioni concrete che potessero reindirizzare i giovani ai lavori più antichi di sempre, spingendoli a focalizzarsi su quelle che sono le punte di diamante del nostro territorio.

L’agricoltura assume quindi un ruolo centrale che non riguarda però soltanto la produzione alimentare, ma anche la tutela dello spazio naturale, delle sue preziose risorse, rinnovabili e non, e anche ciò che riguarda la sopravvivenza delle comunità rurali, cioè i diretti produttori di questi beni.

Per far fronte a queste esigenze l’UE, in particolare l’Italia, fin dalla sua nascita ha istituito e attuato una Politica Agricola Comune (PAC). Questa politica agricola rappresenta l’insieme delle regole che l’Unione europea ha inteso darsi, riconoscendo la centralità del comparto agricolo per uno sviluppo equo e stabile dei Paesi membri. La PAC, negli anni, si è arricchita di numerosi obiettivi. Quelli principali riguardano l’aiuto diretto agli agricoltori, non soltanto per produrre alimenti, ma anche per proteggere l’ambiente, migliorare il benessere degli animali e mantenere economicamente vive le comunità rurali. Seguono poi finalità collaterali che riguardano l’incremento della produttività agricola: assicurare un tenore di vita equo alla popolazione contadina, favorendo nel contempo il ricambio generazionale; la stabilizzare i mercati; riuscire a garantire la sicurezza degli approvvigionamenti; ed infine, assicurare prezzi ragionevoli ai consumatori.

In questo piano comune rientrano i prodotti a marchio DOP e IGP. Questi ultimi, altro non sono che due acronimi utilizzati nel linguaggio comune per indicare determinati prodotti finiti, possessori di determinate caratteristiche, e quindi rientranti in specifiche classi d’eccellenza. I beni racchiusi in queste categorie rappresentano l’eccellenza della produzione agroalimentare europea e sono ciascuno il frutto di una combinazione unica di fattori umani ed ambientali caratteristica di un determinato territorio. Per questo motivo l’Unione Europea detta regole precise per la loro salvaguardia, prevedendo l’istituzione di appositi regimi normativi di qualità, a tutela della buona fede dei consumatori e con lo scopo di dotare i produttori di strumenti concreti per identificare e promuovere meglio prodotti aventi caratteristiche specifiche, nonché proteggerli da pratiche sleali.

L’Italia, in particolare, è il Paese europeo con il maggior numero di prodotti agroalimentari a denominazione di origine e a indicazione geografica riconosciuti dall’Unione europea.

Queste categorie d’ eccellenza non solo cercano di ristabilire il legame stretto che intercorre tra consumatori, produttori e la terra, come un tempo, ma allo stesso tempo riescono a dare maggiori garanzie ai consumatori con un livello di tracciabilità e di sicurezza alimentare altissimo.

Inoltre, nell’ultimo decennio si è lavorato costantemente per un accordo internazionale di libero scambio, che vedrà legate economicamente L’Unione Europea e il Canada. Un accordo, il CETA, che cercherà in primis di favorire la crescita di nuove opportunità sia di tipo lavorativo che miglioramento del tenore di vita.

Per l’Italia il 2018 è stato proclamato, dai Ministeri delle politiche agricole alimentari e forestali e dei beni culturali e del turismo, “Anno nazionale del cibo” . Da gennaio, difatti, hanno preso il via diverse manifestazioni, iniziative, eventi legati alla cultura e alla tradizione enogastronomica dell’Italia. Si punterà sulla valorizzazione dei riconoscimenti Unesco legati al cibo come la Dieta Mediterranea, la vite ad alberello di Pantelleria, i paesaggi della Langhe Roero e Monferrato, Parma città creativa della gastronomia e all’Arte del pizzaiuolo napoletano iscritta di recente. Sarà l’occasione per il sostegno alla candidatura già avviata per il Prosecco e la nuova legata all’Amatriciana.

“Abbiamo un patrimonio unico al mondo – ha dichiarato il Ministro Maurizio Martina – che grazie all’anno del cibo potremo valorizzare ancora di più. Dopo la grande esperienza di Expo Milano, l’esperienza agroalimentare nazionale torna ad essere protagonista in maniera diffusa in tutti i territori. Non si tratta di sottolineare solo i successi economici di questo settore che nel 2017 tocca il record di export a 40 miliardi di euro, ma di ribadire il legame profondo tra cibo, paesaggio, identità, cultura.  Lo faremo dando avvio al nuovo progetto dei distretti del cibo. Lo faremo coinvolgendo i protagonisti a partire da agricoltori, allevatori, pescatori, cuochi. E credo che in quest’ottica sia giusto dedicare l’anno del cibo ad una figura come Gualtiero Marchesi, che ha incarnato davvero questi valori facendoli conoscere a livello internazionale”.

Inoltre, per favorire il ricambio generazionale, l’Ismea (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare), ha istituito delle agevolazioni per l’insediamento di giovani in agricoltura, mettendo a disposizione fino a 70mila euro per i giovani che intendono insediarsi per la prima volta in un’azienda agricola nel territorio nazionale. In particolare, il premio viene rivolto ai giovani di età compresa tra i 18 e i 39 anni, capaci di creare un piano aziendale per lo sviluppo dell’attività imprenditoriale articolato su un periodo minimo di 5 anni.

Grazie ad una significativa crescita nell’occupazione giovanile (+14%), l’agricoltura sembra essere rimasto uno dei pochi settori in grado di offrire prospettive lavorative reali e concrete, tramite politiche volte ad elargire aiuti e attuare finanziamenti ed agevolazioni, rivolti soprattutto alle nuove generazioni. Come dimostrano i numeri, difatti, sono sempre più numerosi i giovani che scelgono di investire nell’agricoltura, a conferma della dinamicità di un settore capace di unire tradizione e innovazione.

Come affermato da Maria Letizia Gardoni, delegato nazionale di Coldiretti Giovani Impresa, “la maggior parte dei giovani sono diventati imprenditori agricoli per passione, e quindi per una scelta personale. Hanno capito che possono realizzarsi nel settore agroalimentare italiano, fare investimenti sulla propria vita, crearsi una famiglia e continuare a vivere in Italia, facendo il lavoro da loro voluto”.

Sembra così partire il via per un anno pieno che si pone come obiettivo quello di puntare al miglioramento delle condizioni agricole del territorio italiano e alla riclassificazione lavorativa giovanile. Che questo idilliaco connubio sia ancora possibile, lo speriamo tutti; ora si tratta solo di riuscire a rimboccarsi realmente le maniche e di tornare a coltivare le proprie passioni e, perché no, anche la terra.