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Giappone: l’acqua contaminata di Fukushima finirà nell’Oceano Pacifico

E’ di pochi giorni fa la notizia circa la decisione del Giappone di sversare nell’Oceano Pacifico l’acqua contaminata immagazzinata nella centrale nucleare di Fukushima. Una decisione controversa, dibattuta e contestata dai gruppi ambientalisti, dai pescatori, da tutti coloro che vivono vicino quelle acque. Una scelta che ha generato non poche polemiche e preoccupazioni, come succede spesso quando si parla di questioni legate a disastri nucleari. Eppure, il Giappone ha impiegato molto tempo per definire il piano di gestione delle acque contaminate, approvato  anche dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA) delle Nazioni Unite, sostenuto da tecnici ed esperti. Ma come nasce il problema delle acque in Giappone?

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ACQUA CONTAMINATA DI FUKUSHIMA: UNA STORIA LUNGA 10 ANNI

Era il marzo 2011. Una scossa di terremoto di magnitudo 9.0 si verificò al largo della costa della regione di Tōhoku, nel Giappone settentrionale. Un sisma terribile, il più potente mai registrato , che generò una serie di tsunami. Nel giro di pochi minuti, onde altissime raggiungessero la costa, e colpirono anche la centrale nucleare Dai-chi di Fukushima, a 150 chilometri a nord di Tokyo. Per raffreddare le barre di combustibile nucleare e mantenerle alla giusta temperatura, in tutti questi anni è stata usata una grande quantità d’acqua. Lo stesso è successo alla pioggia caduta sulla centrale nel corso del tempo. Mentre un parte andò a finire nell’oceano, un’altra venne immagazzinata in appositi serbatoi. Sono 1,2 milioni di tonnellate di acqua conservata in 1.000 contenitori. Una quantità enorme, quanto basta per riempire 500 piscine olimpioniche. E ogni giorno cresce per un ottale di 160 tonnellate all’anno.

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ALLA RICERCA DI UNA DESTINAZIONE ALTERNATIVA

Tuttora il combustibile nucleare parzialmente fuso deve essere raffreddato periodicamente con nuova acqua, che poi è aggiunta ai serbatoi. A distanza di 10 anni, però, lo spazio sta finendo, tanto che si prevede che saranno tutti pieni entro la seconda metà del 2022. A ciò si aggiunge la necessità di realizzare nuovi impianti per il trattamento dei materiali radioattivi della centrale. E’ necessario, dunque, trovare una destinazione alternativa per l’acqua. Per anni il Governo giapponese è stato in dubbio sul da farsi, almeno fino a martedì 13 aprile, quando ha deciso di sversarla nell’oceano. Già nel nel 2019 il ministero dell’Economia giapponese aveva proposto di riversarla gradualmente nell’oceano Pacifico oppure di lasciare che evaporasse nell’atmosfera, come accadde per l’incidente della centrale nucleare americana di Three Mile Island, nel 1979. Alla fine ha prevalso la scelta di riversarla nell’oceano, che permetterebbe di controllare meglio i livelli di sostanze radioattive disperse nell’ambiente.

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IL PIANO DEL GOVERNO

Secondo i piani elaborati dal governo giapponesi, l’acqua comincerà a essere riversata in mare, dopo essere stata filtrata, tra circa due anni. L’acqua verrà filtrata e decontaminata utilizzando una procedura chiamata Alps (Advaced processing system) che rimuove la maggior parte degli isotopi radioattivi e consente di arrivare a soddisfare i limiti decisi a livello internazionale. Non è però efficiente al 100 per cento e per esempio non può rimuovere il trizio, un isotopo radioattivo dell’idrogeno.  Il trizio è considerato poco pericoloso per la salute umana, anche perché non può penetrare attraverso la pelle. L’ acqua contaminata di Fukushima non sarà dispersa tutta nello stesso momento: l’intero processo durerà circa quarant’anni anche perché nel tempo si aggiungerà nuova acqua da gestire. Non c’è ancora un piano preciso su come avverrà la dispersione dell’acqua, ma tutto il processo sarà supervisionato dall’IAEA e dovrà rispettare degli standard internazionali.

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ACQUE CONTAMINATE IN MARE: TUTTI I DUBBI

Non tutti gli esperti sono favorevoli alla decisione adottata dal governo giapponese. A preoccupare maggiormente gli scienziati, il rilascio di sostanze radioattive nell’oceano. Tra tutti è proprio il trizio a destare qualche incertezza. E’ considerato abbastanza innocuo perché non penetra nella pelle dell’uomo, ma se ingerito può provocare il cancro. A questo elemento radioattivo se ne aggiungono altri come isotopi del rutenio, del cobalto, dello stronzio e del plutonio, sostanze che il sistema ALPS sembrerebbe non riuscire a rimuovere. Si tratta di elementi molto più rischiosi del trizio per la salute e si accumulano più facilmente nei pesci e sui fondali marini, arrivando di conseguenza fino all’uomo. Non è un caso che gli ambientalisti, i pescatori e anche i paesi limitrofi al Giappone siano particolarmente allarmati dalla decisione presa dal governo nipponico. Qualora il sistema di filtraggio dovesse riportare delle anomalie il disastro non sarebbe solo ambientale, ma anche economico e devastante in termini di vite umane. Come sostenuto da Greenpeace, è il carbonio-14 a rappresentare il pericolo maggiore. Si tratta di una sostanza che si può facilmente concentrare nella catena alimentare, causando mutazioni genetiche negli animali marini.

ACQUE CONTAMINATE NELL’OCEANO: CHI E’ A FAVORE?

Tuttavia, molti sono gli esperti ad essersi schierati a favore della decisione del Giappone. Secondo alcuni, infatti, riversare l’ acqua contaminata di Fukushima nel Pacifico permetterebbe attraverso la diluizione di far scendere sotto di sicurezza la radioattività. In questo modo, le radiazioni sarebbe comparabili a quelli a cui si è sottoposti durante alcune procedure mediche e nei viaggi in aereo. L’impatto sulla salute, di conseguenza, sarebbe quasi pari a zero. Per quanto riguarda il carbonio-14, invece, anche in questo caso alcuni studiosi ritengono che non ci sia alcun rischio per la salute, trattandosi di una sostanza già presente nell’oceano. Non di poco conto sono le posizioni delle altre nazioni. Se da un lato Taiwan e Corea del Sud hanno espresso le loro perplessità e preoccupazioni, gli Stati Uniti hanno appoggiato il governo giapponese. “Il Giappone ha adottato un approccio in accordo con gli standard sul nucleare condivisi a livello internazionale”, ha commentato il dipartimento di Stato americano.

Insomma, il dibattito è ancora aperto e ancora non è detta l’ultima parola. La questione dell’acqua contaminata di Fukushima è ancora lontana dall’essere risolta.



Catiuscia Polzella