Giancarlo Giannini: l’uomo, la maschera e le virtù

Vincenzo Filippo Bumbica

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Per Giancarlo Giannini tra il presente e il futuro non è mai esistito un oceano d’incertezza: ha sempre navigato a vista. Così dopo essere stato attore, regista, doppiatore e sceneggiatore si è riscoperto anche scrittore di successo vincendo il premio Cesare Pavese 2015 nella sezione romanzi. Il suo libro Sono ancora un bambino in un vivace susseguirsi d’idee, invenzioni e aneddoti racconta molto di sé stesso e mostra, forse per la prima volta, finalmente il suo vero volto scevro dalla finzione scenica dove ogni falsità è una maschera. E per quanto essa sia ben fatta con un po’ più di attenzione si arriva a distinguerla dal viso, prestato a una variegata compagnia di personaggi di cui ha interpretato le sfaccettature caratteriali fino ad essere tutto e il contrario di tutto: cerebrale, sfuggente, malinconico, raffinato, sottile, ma anche essenziale, tracotante, chiassoso, istintivo e volgare con la cangiante bravura del professionista capace di coniugare semplicità, fantasia e umanità.

Nel pieno della sua maturità appare il ritratto di un uomo che, solo adesso che ha superato la boa dei 76 anni, è nato il primo di agosto del 1942, decide di scrivere la sua storia per intraprendere una specie di viaggio di ritorno a ricordare le sue origini. La Spezia sua città natale è il suo porto di partenza, e da questo specchio di mar ligure giù per il tirreno approda a Napoli dove fin da bambino assorbe e si nutre della filosofia del vivere partenopea.

Comincia a questo modo la lunga circumnavigazione sulle acque, agitate, increspate o placide che siano, del mondo dello spettacolo per quel giovane dai lineamenti delicati, come i suoi sentimenti, protagonista dello sceneggiato televisivo Davide Copperfield (1965) dal romanzo omonimo di Charles Dickens, firmato da Anton Giulio Majano che lo dirigerà ancora qualche anno più tardi in E le stelle stanno a guardare (1971). Inforca gli occhiali per dare un tocco di severità all’ambiguo insegnante che tiene botta alla scatenata Rita Pavone e alla sua banda dei suoi collettoni ye-ye nei musicarelli cinematografici Rita la zanzara (1966) e l’anno dopo Non stuzzicate la zanzara. Rafforza i tratti e si trasforma nel ruspante operaio emigrato a Torino che col suo sguardo languido sotto i capelli impomatati e sopra i baffetti sottili si evolve e conquista la sottoproletaria Fiorella in Mimi metallurgico ferito nell’onore (1972). Si abbrutisce per esprimere la determinazione dell’anarchico Tunin che muore senza aver portato a compimento il suo piano criminoso in Film d’amore e anarchia (1973); e infine estremizza col suo talento il rude e a tratti esasperato marinaio del Sud perennemente incazzato che, sempre in cerca di rivendicazioni sociali in una delle scene chiave di Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto (1974) prende a ceffoni e a calci una ricca signora del Nord fino a farla innamorare di lui. In questi tre pregevoli film traspare la non comune classe e la infinita sensibilità scenica di Giancarlo Giannini che dà il meglio di sé in coppia con una superba Mariangela Melato. Tutta questa produzione porta la firma di una colta e raffinata regista, esperta come pochi nel sottolineare l’autentica espressività popolare: Lina Wertmuller. Questo trittico darà vita a un sodalizio artistico di eccellente valore rimpolpato da altri notevoli film quali: Pasqualino sette bellezze (1975), una grottesca vicenda dove emerge l’inequivocabile fascino di un guappo napoletano arruolatosi nell’esercito per necessità; La fine del mondo sul nostro letto (1978). un contrastato rapporto tra un conservatore maschio italiano e una evoluta femmina americana, la bella Candice Bergen, scandita dal susseguirsi degli avvenimenti cardine del secolo scorso e Il truculento Fatto di sangue fra due uomini (1978) che si svolge in un paesino sotto il tallone della mafia negli anni venti, in cui una vedova molto avvenente Sofia Loren, al centro di un inghippo penale, suscita anche irrefrenabili desideri sessuali fra due uomini lo stesso Giannini e Marcello Mastroianni.

L’attore spezzino però in questo frattempo aveva disegnato con impeccabile stile il ritratto di un vitellone di provincia dal cervello fine e dalla nascosta generosità, un tale detto Spider che trova in un intellettuale emarginato (Delon) l‘appiglio necessario per diradare la plumbea cornice di una decadente Rimini in La prima notte di quiete (1972); ben rappresentato le irrefrenabili pulsioni erotiche di un arrogante nobile catanese in Paolo il caldo (1973); largamente esibita la provinciale goffaggine del un rozzo camionista in Polonia in Il bestione (1974); ritagliato con perizia il suo spazio nel meraviglioso cast di A mezzanotte va la ronda del piacere (1975), e profondamente scavato nei profondi tormenti famigliari di un nobile verso un figlio non suo nel neghittoso svolgimento di L’innocente (1976), ultimo film di Luchino Visconti. Il tempo scorre allungando a dismisura la lista dei grandi registi con cui collabora: Monicelli, Petri, Fassbinder, Loy, Montaldo, Brass, Scola, Emmer, Magni, Ford Coppola, la Comencini, tanto per dirne alcuni, si giovano delle sue incisive prestazioni attoriali, mentre lui è preso da un altro interesse specifico: la sceneggiatura, tanto da firmare assieme a Sergio Corbucci il copione di: Bello mio, bellezza mia (1982). Insomma Giancarlo Giannini, unico superstite di una speciale dinastia di attori a tutto tondo in quel periodo rappresenta il re Sole del cinema italiano e come tale regna sovrano anche in virtù del terreno conquistato per i suoi notevoli meriti artistici. Siamo alle fine degli anni novanta e il nostro si imbarca in nuove avventure guidato dalla stella polare dell’esperienza e dal coraggio ardimentoso del pioniere Ricopre con estrema disinvoltura anche ruoli più impensabili: dal disoccupato napoletano che vive di espedienti e  malaffare, allo scettico collaboratore di Bond sullo sfondo di stupefacenti film di spionaggio; dal padre di uno spregiudicato donnaiolo dalla doppia vita svolta per lo più sulle sofisticate passerelle di moda, al giudice imparziale e severo in uno spinoso caso di omicidio per tuffarsi a capofitto nella vicenda di un editore curioso che commissiona la storia di un dj scomodo. E più le situazioni appaiono estreme e più emerge la non comune verve di un uomo ritenuto anziano che però di diverte a sfidare il tempo sedendosi anche sulla sedia con la scritta magica regia nell’occasione del film: Ti ho cercata in tutti i necrologi”, in cui figura anche come attore interpretando un incallito giocatore di poker che grazie al gioco sogna di guidare lussuosi carri funebri.

Il pirotecnico Giancarlo è dal 1970 anche tra i fondatori della C.V.D. dal 1970, ha doppiato numerosi celebri attori stranieri, tra i quali Al Pacino (nella maggior parte delle sue interpretazioni), Jack Nicholson (Shining, Batman e The Departed), Michael Douglas in Wall Street e nel suo sequel, Gerard Depardieu,Dustin Hoffman (Il maratoneta), Ian McKellen (Riccardo III) e Ryan O ‘Neal (Barry Lindon). Diplomato perito elettronico col pallino delle invenzioni, alcune delle quali veramente geniali (è suo il giubbotto pieno di gadget che indossa Robin Williams nel film Toys- Giocattoli) “È una giacca speciale che canta e parla in varie lingue, compreso il giapponese. A seconda dei movimenti di chi l’indossa, la giacca reagisce in varie maniere, tutte sorprendenti. L’ho inventata io, l’ho fabbricata personalmente per la Fox su disegno del costumista premio Oscar Scarfiotti. Per farla ho impiegato sei giorni, sei notti e un centinaio di pacchetti di sigarette”.

Giancarlo Giannini ancora oggi dichiara che la sua principale professione è stata un hobby. In verità lui studente all’accademia Filippo D’Amico di Roma si sarebbe forse accontentato di una buona dose di ottima professionalità se non fosse stato un uomo la cui maschera nasconde, tra le altre, la virtù di un notevole acume, proprio come quello posseduto da Ulisse l’omino silente e sagace che egli interpreta nel semidimenticato film Ettore lo Fusto (1972). Guarda caso, da quel momento in poi non ha avuto più bisogno di nessun cavallo di Troia per espugnare con pieno merito la roccaforte dello spettacolo italiano.