Fonte: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Free_the_nipple_(28542545130).jpg

“Free the nipple”: stop alla censura e sessualizzazione dei capezzoli femminili

I social network, come Facebook e Instagram, da un paio di anni hanno deciso di “combattere” le immagini di nudo che vengono pubblicate su questi. Attraverso gli strumenti dello shadowban o di altro tipo di segnalazione, chiunque pubblichi un contenuto non in linea con la policy del social viene “punito”. Tuttavia, sotto mirino sono spesso i corpi femminili. In particolar modo i capezzoli, anche quando in realtà questi non siano presenti in un corpo, bensì parte di un’opera d’arte o non siano neanche completamente visibili.

La sessualizzazione dei capezzoli femminili è storia antica, ma sui social ha suscitato polemiche e diversi punti di vista sono emersi a riguardo.

Cheap – un progetto indipendente che promuove la Street Art come strumento di rigenerazione urbana – tempo fa ha  tappezzato la città di Bologna con immagini di seni femminili. “Tette fuori” , questo il titolo del progetto attivo dal 2013, che ha come obiettivo quello di combattere la censura e l’eccessiva sessualizzazione del nudo femminile. Rivendicando in questo contesto, che si tratti ancora una volta di una questione di “autodeterminazione e riappropriazione politica e desiderante del proprio corpo”.

In effetti, gli stessi social agiscono in maniera differente a seconda che il capezzolo scoperto sia maschile o femminile. Quest’ultimo, infatti, è fortemente connotato con la sfera sessuale e la sensualità. Nelle opere d’arte del passato questo era simbolo di maternità, abbondanza, armonia, dunque non era rappresentato meramente per connotazioni erotiche. Tuttavia, in determinati contesti la censura sembra quasi essere un tentativo di urlare allo scandalo per ciò che, come si evince dal passato, è la cosa più naturale del mondo.

L’esperienza di Aurora Ramazzotti ne è esempio: “Free the nipple”  – “Libera i capezzoli”.

La figlia di Eros e Michelle Hunziker, ultimamente si è trovata a giustificare con profonda ironia, ma anche una venatura di rabbia, il fatto di aver pubblicato sui social delle foto con una maglietta da cui si intravedevano i capezzoli. Sotto la foto tantissimi commenti contro Aurora e la libertà che ha deciso di manifestare.

La Ramazzotti, ormai abituata a ricevere e a rispondere alle critiche, ha imparato ad affrontarle con il sorriso. Infatti, nelle sue stories di Instagram ha deciso di pubblicare una serie di foto di animali con i propri capezzoli al vento. Un modo per far comprendere come questi “siano la cosa più naturale del mondo” e lo stesso valga per gli esseri umani.

Volevo tranquillizzarvi. Sì, ho dei capezzoli, penso sia abbastanza diffuso. Allego esempi per correttezza.

D’altro canto, la foto di Aurora era davvero semplice e solo chi è portatore di pregiudizi nei confronti del corpo femminile avrebbe potuto giudicarla negativamente. Non si vede nulla di scandaloso in questo tipo di fotografia, solo il fatto che una donna sia ancora costretta a giustificarsi per aver liberamento deciso come mostrarsi e cosa non indossare.

La caption “Free the Nipple“, riprende poi il nome di un movimento esistente ormai da anni, che lotta proprio contro la censura del capezzolo femminile.

Un’iniziativa che dal 2012 cerca di sfatare i tabù connessi con i corpi troppo sessualizzati delle donne. Affermando come l’obiettivo non sia voler mostrare a tutti il proprio corpo, ma avere la possibilità di farlo – entro i limiti della decenza – senza essere per forza messe sotto giudizio.

Sotto questo punto di vista una ragazza – che chiameremo Giorgia – che decide di prendere il sole in topless non avrebbe motivo di essere giudicata. Una sorta di ritorno al passato, quando la piccola Giorgia aveva la piena libertà (e anche il lusso) di girare per la spiaggia con il solo costume di sotto. Alla stessa bambina, da un anno all’altro, viene imposto di indossare anche il pezzo sopra senza che nessuno gli spieghi il perché.

Implicitamente le convenzioni sociali hanno la meglio nella vita di ogni ragazza, che comincia addirittura a provare quasi vergogna per il proprio corpo.

Giorgia cresce e teme di andare in giro con un vestito troppo scollato perché si sente, o la fanno sentire, inadeguata se lo fa. Un giorno Giorgia decide che vuole sentirsi libera e indossa un vestito senza reggiseno fregandosene che i suoi capezzoli avrebbero potuto vedersi. Giorgia passerà tutta la serata a coprirsi con una giacca, perché chiunque le stia attorno non farà altro che accentuare quello che agli occhi della società “non sta bene”.

La ragazza si sentirà a disagio, a disagio con il proprio corpo da donna che dopo anni di lotte femministe è ancora proprietà degli altri.

La censura sulle raffigurazioni dei capezzoli femminili dovrebbe far riflettere sul fatto che quelli maschili non vengono considerati. Poiché al di là delle immagine sessuale che questi, più di quelli maschili, evocano, c’è in gioco la possibilità di una donna di decidere del proprio corpo. Non è un tentativo di volere pubblicare senza alcun pudore nudi sui social, non è una scelta a cosa sia più o meno scandalosa. È la presa di coscienza che anche le policy delle grandi aziende di social network siano guidate da una società fondata sul patriarcato. E quando la censura non avviene, perché il capezzolo non è esplicitamente di fuori, sono i leoni da tastiera a sentirsi in diritto di commentare la scelta di una donna.

In tutto ciò, allora, viene naturale chiedersi, quando una donna ha o avrà mai la possibilità di sfuggire alla censura (social o sociale) senza sentirsi “ribelle” o “indecente” per averlo fatto? In primo luogo quando non dovrà più giustificarsi.



Giulia Grasso