Cultura usa-e-getta: un capriccio della società?

“Usa e getta”: /ù·ṣa e gèt·ta/ – Locuzione – Monouso – Relegato a soddisfare capricci, ovvero esigenze discontinue e non autentiche. Questa la definizione ufficiale del Devoto Oli che troviamo sotto al termine “usa e getta”.

Usa-e-getta l’abbiamo sempre usato per indicare, per esempio, una macchina fotografica, quella tipica gialla da turista con la rotellina nera per riavvolgere il rullino; oppure per indicare lo spazzolino da viaggio, accompagnato rigorosamente dal microscopico tubino di dentifricio che ti sarebbero serviti giusto i tre giorni di permanenza in hotel; inoltre le donne, al pensiero di un qualcosa “usa e getta”, pensano subito al tipico rasoio per signore, fedele compagno delle nostre disperate preparazioni prima di una cena galante.

Insomma, tale termine si è sempre rivelato sintomo di un qualcosa – come il Devoto Oli conferma – di temporaneo e soprattutto pratico.

E se invece vi dicessimo che ad oggi anche la Cultura potrebbe essere considerata usa-e-getta? Proprio così: eventi culturali – vedi Expo -, mostre, presentazioni sono caratterizzate oggi dall’estemporaneità con cui si svolgono e – purtroppo – dalla instabilità della loro permanenza. Come quando nel  2011, alle OGR di Torino, si tenne la mostra celebrativa per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Alla fine, la mostra fu smantellata e non ne rimase più niente, tranne la scenografia utilizzata per raccontare la mafia, ereditata dai giovani di Libera e installata in una cascina sequestrata alla criminalità organizzata. Poche settimane fa, le stesse OGR hanno visto l’inaugurazione di un nuovo polo culturale destinato a incidere sul futuro di Torino. L’evento è stato salutato con entusiasmo dai media. Nessun accenno, neanche minimo, è però emerso ai successi del 2011, archiviati nell’indifferenza, sprofondati nell’oblio.

Questa è la logica degli eventi culturali che caratterizzano la nostra contemporaneità. Quello che viene dopo cannibalizza e fagocita tutto quanto che c’è stato prima. Lo spazio pubblico della cultura è monopolizzato dagli eventi, che al posto di costruirsi su basi solide e di valore grazie a ciò che c’è stato prima, sradicano dalle radici, facendone derivare un disegno segmentato che vive di accensioni istantanee e poi si spegne, proponendo un consumo culturale «usa e getta» che gli toglie ogni spessore, consegnandolo a un tempo effimero, destinato a essere archiviato in fretta.

A causa di ciò, spesso, il nesso tra ricerca e “spettacolarizzazione” è assai lacunoso: pochi sono i punti di connessione tra l’evento in sé e l’ambiente bibliografico archivistico, vero fulcro della cultura permanente; per il resto tra i due mondi non c’è scambio e, quando c’è, è a senso unico, con gli eventi che impongono le loro regole, proponendo anche alle istituzioni culturali più legate alla ricerca l’esigenza di adattarsi alle spinte del mercato.

I musei – nell’ultimo ventennio – assomigliano sempre più a livello gestionale a fredde aziende, e tale visione incominciò quando il problema di possedere un finanziatore, in buona parte privati, superò quello di custodire una buona cultura. Da tale necessità si sviluppò un circolo vizioso in cui diventava necessario attirare visitatori, e per attirarli a sua volta bisognava divertirli, dunque ottenere l’inserimento nei percorsi dei tour operator, offrendo una serie di servizi di supporto tali da rendere gradevole la “gita”. (Vorrei attirare l’attenzione del lettore sul termine “gita” per denominare un’esperienza artistica, a testimonianza del cambiamento di approccio nei confronti della cultura).

Queste tendenze hanno richiamato l’attenzione di Yannis Thanassekos, direttore della Fondation Auschwitz di Bruxelles, e François Marcot, collaboratore del Musée de la Résistance et de la Déportation di Besançon.

Tali prestigiose personalità vedono, infatti, in tale tendenza consumistica della cultura, un duplice rischio: sia per il pubblico, di essere ridotto a un esercito di consumatori; sia per il museo, di passare «dalla sfera del civico a quella del mercantile […] a meno che non si debba trovare proprio in questo il senso profondo del messaggio: essere cittadini, vuol dire essere consumatori» afferma Marcot. In Italia, una legge del 2004 approvata dall’ultimo governo di Silvio Berlusconi – Codice dei beni culturali e del paesaggio -, che comportava l’abbassamento dei limiti della tutela dei nostri beni culturali e una loro conseguente maggiore esportabilità all’estero, ne ha derivato seri danni al principio di inalienabilità del patrimonio nazionale italiano pubblico e sotto la tutela dello Stato.

Ma se facciamo un pensiero oggettivo e razionale, coglieremo subito il collegamento tra l’invasività del mercato e la crisi della politica, il cui comun denominatore è niente di meno che la scarsità – per rimanere positivi – dei fondi pubblici, la cui priorità di questi ultimi non è sicuramente la salvezza dell’ambito culturale. Ne deriva la rinuncia a coltivare il circuito virtuoso che è invece necessario stabilire tra ricerca e divulgazione, tra profili culturali alti e spettacolarizzazione, senza accorgersi che proprio in quelle istituzioni ci sono gli antidoti più efficaci contro le approssimazioni e le bufale che attraversano lo spazio del dibattito pubblico sulla cultura.

Ad oggi i bibliotecari e gli archivisti saranno sempre guardati con sospetto come appartenenti a un mondo scarsamente «produttivo», e la invasività del mercato in ambiti culturali continuerà sempre ad aumentare. Però sarà dovere del cittadino amante della cultura (ri)dare dignità e soprattutto valore ad ogni singolo elemento culturale a cui si approccerà. La nostra quotidianità è composta per la maggior parte da elementi prevalentemente usa-e-getta, ma non la cultura, uno dei pochi fattori capaci di donarci una felicità permanente.



Camilla Antonioni