Da Giorgio Armani a Elisabetta Franchi: la stagionalità è la rinascita della moda

Il settore moda è sicuramente uno dei macro settori ad oggi più coinvolti dalla crisi finanziaria del panorama italiano. Iniziano le riflessioni e le nuove prospettive che questo settore dovrà adottare in un futuro prossimo per potersi riscattare dall’emergenza Covid-19. Da sempre la moda è stata influenzata se non plasmata dai cambiamenti della società e del suo mercato e, indubbiamente, il vissuto degli ultimi mesi ha sconvolto inevitabilmente ciò che la moda e i suoi clienti desiderano.

Dai grandi stilisti ai designer emergenti: tutti si chiedono che fine farà la moda.

Primo tra tutti, pioniere per eccellenza, è Giorgio Armani. Lo stilista senza tempo afferma che i ritmi della moda sono diventati insostenibili, quasi folli. Le case di moda presentano una media di 5 collezioni all’anno tra Pre, Main, Cruise… e questo porta ad un notevole spreco di denaro ed energia. Secondo Armani, l’abito dovrebbe essere il vero protagonista, non la sfilata. E, invece, ci ritroviamo in balia di un sistema che richiede sempre di più in termini di offerta ma che dona al cliente meno unicità e qualità del prodotto.

Come ha dichiarato Armani in una sua recente intervista per il giornale WWD: «Credo che lo stato attuale delle cose, con la sovrapproduzione di capi e il disallineamento tra il tempo delle collezioni e quello della stagione commerciale, sia davvero assurdo». E ancora, il re della moda propone una soluzione efficace e duratura: “Vedo questa crisi come un’opportunità per rallentare e riallineare tutto; per definire un nuovo e più significativo panorama per la moda. Ho lavorato con il mio team per tre settimane in modo che, dopo il blocco, le collezioni estive rimarranno nelle boutique almeno fino all’inizio di settembre, com’è giusto che sia”. E così faremo d’ora in poi».

La rinascita della stagionalità della moda potrebbe essere, secondo Armani, l’inizio della ripresa di un settore in grado di garantire la qualità, durevolezza e unicità dell’abito firmato.

Questa visione viene presa in considerazione e appoggiata anche da altri big del settore moda, tra cui la famosa stilista bolognese Elisabetta Franchi. Anche lei sottolinea la necessità di “rallentare” la catena di montaggio e riprendere in mano le redini di un settore ormai lasciato in balia del tempo. “Anche io nel mio piccolo, compravo un abito a maggio e un mese dopo era già vecchio. Occorre ridimensionare le collezioni e dare più importanza a quello che si compra. Del resto, il cambiamento si vedeva già dai grandi magazzini, tutti in difficoltà. Il mercato era malato. I ritmi della moda erano diventati folli. Elenca le collezioni, cinque in una stagione sola, Cruise in giro per il mondo, pre e main, sfilata… Uno spreco di denaro pazzesco” afferma la Sig.ra Franchi.

Ma non è finita, anche Donatella Versace concorda con i suoi colleghi e sulla voglia di unicità: “Se noi siamo cambiati, non vorremo più le stesse cose di prima. Quindi la collezione che farò dovrà avere un messaggio ancora più forte, di rottura. Sarà magari più concentrata, ma per questo vorrei che andasse a colpire direttamente al cuore e faccia dire: lo voglio!»

Insomma, è chiara la necessità e la voglia di mettersi in gioco per la ripresa post Covid-19. Un settore, quello della moda, che porta un fardello piuttosto grande all’interno di una società 2.0 sempre di corsa. Che sia questa l’occasione per poter rallentare prediligendo finalmente la qualità alla quantità? Che cosa desidereranno indossare i clienti una volta vinta la pandemia? Secondo Armani è chiaro: “Penso che le persone vorranno ancora vestiti che durano”  e se lo dice il re del Made in Italy, noi ci crediamo.



Valentina Brini