Abracadabra: una commedia sui generis tra kitsch, ipnosi e spiritismo

Francesco Bellia

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Presentato in concorso al Festival del Cinema di Roma 2018  e uscito a maggio in Italia, Abracadabra è l’ ultimo film del regista spagnolo Paolo Berger, una commedia originale e sopra le righe, che con un umorismo tagliente e stravagante, a tratti macabro, si inerpica con creatività su situazioni a dir poco eccentriche,  al fine di giocare con i paradossi e ironizzare sugli eccessi della società spagnola, soprattutto quella di periferia.

Carlos (Antonio de la Torre) è un uomo iracondo e intrattabile, incapace di relazionarsi con la gente, talmente litigioso da far vergognare spesso sua moglie Carmen (Maribel Verdù) per i suoi strabordanti comportamenti. Un giorno, durante una festa di matrimonio, un cugino di Carmen prova uno spettacolo di ipnosi. Per prenderlo in giro davanti a presenti, Carlos si offre volontario e riesce nel suo intento rivelando a tutti le scarse capacità del discutibile mago. Allo stesso tempo però sembra maturare dentro di se uno strano cambiamento. Il giorno dopo è irriconoscibile: gentile e premuroso con la moglie sembra essere un’altra persona. Nonostante non le dispiacciano le attenzioni che il nuovo Carlos ha verso di lei, Carmen non può fare a meno di preoccuparsi di queste stranezze, sulle quali comincia ad indagare. Ben presto si troverà coinvolta in esperienze che riguardano il mondo extrasensoriale dell’aldilà.

Fin da subito intrigante, anche grazie al suo buon ritmo, Abracadabra non nasconde mai il suo intento di stupire e lasciare disorientato lo spettatore. Il mondo delineato da Berger è infatti popolato da personaggi strambi che sembrano usciti da un circo: dai commensali del matrimonio ultra kitsch in cui ha inizio la vicenda, al dottor Fumetti ( un gradasso Josep Maria Pou), sguaiato e rozzo maestro d’ipnosi; per passare poi al cugino Pepe (uno spassoso José Mota), nullafacente per eccellenza; fino allo stesso protagonista Carlos, che come un pagliaccio (e inconsapevole medium) vedrà alternarsi repentinamente la sua personalità senza riuscire a mantenere un vero controllo su quest’ultima (perfetto in questo ruolo Antonio de la Torre, famoso attore spagnolo, che spesso interpreta personaggi enigmatici e instabili capaci di ribaltare da un momento all’altro la loro personalità, come in La vendetta di un uomo tranquillo e in Che dio ci perdoni).

A sottolineare questo aspetto istrionico dei personaggi sono senza dubbio i vestiti iper colorati ed esagerati  da loro indossati, così come la colorazione satura degli ambienti e dei luoghi, che appaiono per lo più irreali. Dal punto di vista della fotografia la puntuale e studiata presenza quasi in ogni scena del  viola, anche nelle sfumature rosate e fucsia, che tinge oggetti, vestiti o dettagli di scena sta ad evidenziare il carattere ridicolo delle vicende di questi personaggi. Accanto a questi elementi viene accostato anche un divertente tocco macabro, mai eccessivamente marcato comunque, a tratti inquietante, pur rimanendo comico. Berger costruisce costruisce così un film borderline, che è magnetico e spassoso da seguire ed  opera sempre all’interno della commedia, non perdendo mai il filo del discorso.  Gli eccessi ci sono, ma sono calcolati e indirizzati da parte del regista, che sa bene dove vuole arrivare. La scimmia con la giacca viola è un po’ l’immagine emblematica di tutto il film.

Berger unisce l’ipnosi allo spiritismo, la psicosi all’assurdo mondo che ruota intorno ai suoi personaggi, dicendo implicitamente che è lo stesso mondo in cui viviamo noi tutti, un mondo che ha l’allegria e le contraddizioni del trash, in cui siamo un po’ tutti delle figurine. Carmen, interpretata da una accattivante Maribel Verdú, impersona proprio questa provocazione che il regista lancia agli spettatori. La donna  infatti, nel suo essere paradossalmente più  attratta dal marito posseduto da uno sconosciuto , piuttosto che dal Carlos vero, dà la sensazione che forse il mondo che pensiamo di conoscere così bene sia ben più misero, monotono e sciatto, di quello in cui alberga la follia, più incerto, pericoloso ma allo stesso tempo più affascinante e movimentato. Un evidente paradosso con cui il regista si diverte a scherzare, sfruttando l’espressività degli attori a suo vantaggio. Senza dubbio Berger cita alcuni grandi registi che hanno sfruttato il fascino dell’ipnosi per farvi una commedia. Innanzitutto Woody Allen e il suo “La maledizione dello scorpione di giada“. Vi è poi il discorso relativo alla periferia spagnola di cui il regista utilizza la controversa e male assortita estetica come cornice kitsch di questa sua strana fiaba sullo spiritismo. Come dichiarato dal regista in conferenza stampa durante il Festival di Roma, poi Abracadabra è un’opera opposta stilisticamente rispetto al suo precedente lungometraggio “Blancanieves” (vincitore di numerosi premi Goya), girato in bianco e nero e ambientato negli anni ’20,  in costume. Nonostante le notevoli differenze si tratta comunque di due fiabe, segno di come il regista prediliga ambientazioni fantasiose e distanti dalla realtà. Film stravagante e ricco d’inventiva, Abracadabra è una commedia sui generis cui Berger conferisce un proprio stile personale e originale, un film che intrattiene piacevolmente grazie agli attori e alla sua atipicità.