Il viaggio: unione nella separazione

Camilla Antonioni

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“Considerate la vostra semeza:
     Fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza”;
Li miei compagni fec’io sì arguti,
    con questa orazion picciola, al cammino,
    che pena poscia li avrei ritenuti:
e volta la nostra poppa nel mattino,
    dei remi facemmo ali al folle volo”.
Dante Alighieri, Inferno, Canto XXVI – Canto di Ulisse

Cosa significa per l’uomo viaggiare? Cosa ha spinto l’uomo ad andare oltre i suoi limiti, alla ricerca di nuove simboliche terre a cui approdare?

Sin dall’antichità il viaggio ha sempre contraddistinto l’uomo, la sua smania di conoscenza e di “andare oltre”. E’ stato compagno fedele di artisti, scrittori e grandi pensatori; con il passare del tempo ha avuto l’onore – e l’onere – di rappresentare per l’umanità un grande punto di partenza e di approdo.

Ricordiamoci di Ulisse e del suo lungo e tortuoso viaggio di ritorno a Itaca; un viaggio che alla fine della sua esperienza l’ha visto peccatore di hybris – di tracotanza –  in quanto superbamente si è elevato al di sopra del volere degli dèi. Perché il viaggio fa proprio questo: arricchisce, eleva, infarcisce le menti di un senso superiore di possesso. Ulisse e la sua curiositas, la sua sete di conoscenza, sono diventati pedine di un percorso più grande, di un circolo vizioso in cui si sono capovolti i ruoli: non è l’uomo che fa il viaggio, ma bensì il viaggio che fa l’uomo.

Ma facciamo un passo indietro, e prima di parlare dell’intimo viaggio filosofico e spirituale, concentriamoci sui grandi viaggi di esplorazione che hanno contraddistinto la storia dell’uomo.
Delimitandoci cronologicamente si denota subito l’importanza dei viaggi condotti da Marco Polo (1271) e Cristoforo Colombo (1492), rispettivamente in Oriente e in America, come quelli di Amerigo Vespucci (1502) e Magellano (1520). La scoperta geografica compiuta da tali esploratori ha cambiato radicalmente la nostra visione del mondo.
Facendo un ulteriore salto temporale vediamo come il viaggio di Neil Armstrong nel 1969 (nello specifico la notte del 21 luglio) ha aperto ancora di più i nostri orizzonti, e soprattutto modificato radicalmente la visione del mondo. Quella notte l’uomo ha conquistato la luna.

Infinite le mete conquistate e infiniti i viaggi intrapresi dall’uomo, ma c’è un elemento che li accomuna tutti: pur essendo stati mossi da un intento esplorativo, tutti i viaggi, giunti al loro termine, hanno mostrato imprescindibilmente una carica intima e spirituale necessaria. Qualsiasi fosse il loro scopo – esplorativo, di conquista, di piacere – la spiritualità ha avuto – e detiene tutt’ora – un ruolo cardine. Non si può intraprendere un viaggio sterile, senza una finalità personale, anche se quest’ultima non è contemplata, si presenterà comunque.

E così quando Colombo approdò nelle Americhe, oltre a sentirsi il più grande conquistatore di tutti i tempi, sentì dentro di sé una carica viscerale di adrenalina; così come Neil Armstrong, una volta piantata la bandierina americana al suolo lunare, è entrato in connessione con ogni singolo essere umano lontano da lui 384.400 km.

Il viaggio prima di essere materiale, è soprattutto spirituale; viaggio vuol dire unione nella separazione, e spesso è senza ritorno.