Unsane: il thriller psicologico di Soderbergh girato con un iPhone

Francesco Bellia

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E’ possibile girare un intero film con un iphone? Il regista Steven Soderbergh si è posto la stessa domanda, a cui ha risposto con il suo ultimo film “Unsane” , un thriller psicologico e claustrofobico, filmato con un cellulare apple.

La pellicola è supportata da una regia molto accurata, che sfrutta la mobilità della macchina da presa (un cellulare) per combinare inquadrature di diverso stampo: si va infatti da primi piani, a inquadrature con macchina da presa fissa, a volte posta più in alto o più in basso rispetto a ciò che viene ripreso (per dare un senso di claustrofobia e di incombenza sulla protagonista); fino a campi lunghi e brevi sequenze in movimento.

Con grande fluidità nelle immagini Soderberg si immerge nella tecnologia da lui scelta per le riprese e la sfrutta senza forzare mai la mano, riuscendo a ricreare la scorrevolezza propria di altri mezzi di ripresa. La vena sperimentale del regista è chiaramente riscontrabile in questo film: egli non vuole che si capisca che la pellicola è stata girata con un iphone, al contrario nasconde il mezzo da lui utilizzato per filmare. Il risultato è soprendente: la nitidezza delle immagini rende l’ospedale in cui è ricoverata la protagonista una prigione concreta e opprimente sebbene sia assurdo il motivo per cui lei vi si trovi segregata.

La trama del film infatti racconta la storia di Sawyer Valentini (Claire Foy), una donna in carriera che, a causa di uno stalker che la perseguita insistentemente decide di cambiare città. La nuova vita però è molto difficile, così come è enormemente complicato fare nuove amicizie o fidarsi di qualcuno, soprattutto dopo l’ossessiva minaccia da cui la protagonista è scappata. Bisognosa di confidarsi almeno con qualcuno, Sawyer si reca da una psichiatra per sfogarsi di tutte le sue angosce; ma la sua sincera confessione ha un effetto imprevedibile. Dopo aver firmato con superficialità un documento si ritrova internata per sette giorni dentro l’ospedale, perché considerata un soggetto aggressivo e a rischio suicidio. I suoi tentativi di ribellarsi a questo ingiusto trattamento non faranno altro che aggravare la situazione. Sotto farmaci, circondata da persone con problematiche molto più serie delle sue, con cui condivide il comune dormitorio, al momento di assumere le pillole che le hanno prescritto, Sawyer riconosce in un medico della struttura il suo stalker David Strane (Joshua Leonard). Nessuno crede al suo racconto. Ma è vero o si tratta solo di una sua ossessione? Chi è veramente sano e chi è malato?

Attraverso un incipit che ha qualcosa di kafkiano, la solida sceneggiatura di Soderbergh si interroga sul binomio sanità-follia. E’ veramente possibile distinguere tra le due cose? Il film cresce progressivamente su questa idea di fondo, fino a diventare un incubo conturbante che fa addentrare la protagonista nella follia che la circonda, al punto che la donna ( e con lei lo spettatore) è portata a chiedersi se la pazzia non nasca da lei stessa.

E’ così che la rabbia di Sawyer per l’ingiustizia subita si trasforma in una ferocia instabile, malsana quasi quanto l’ossessività morbosa che intende combattere. Notevole l’interpretazione di Claire Foy, sulla cui espressività converge l’intera regia di Soderbergh. L’attrice di The Crown, ora anche in First Man di Chazelle, presentato a Venezia 75,  mostra grande carisma e una presenza scenica memorabile, che fanno ben sperare per ruoli futuri di uguale se non superiore intensità. Anche Joshua Leonard, nei panni dello stalker, offre una buona prova interpretativa per un personaggio complesso e non banalizzato dalla sceneggiatura.

La scene che filmano gli incontri tra i due protagonisti sono infatti le più conturbanti: le parole che i due si scambiano e il “realismo” della follia che li circonda, enfatizzato dalla ripresa mediante iphone, fanno decisamente presa sullo spettatore, perché puntano sullo shock psicologico piuttosto che su quello immediato e visivo.

Con un crescendo di claustrofobia ed orrore Soderbergh gira un film convincente sotto molteplici aspetti, operando se vogliamo una piccola rivoluzione nel prestare il suo nome e la sua abilità registica al servizio di una pellicola girata con un cellulare. Il messaggio è chiaro: le nuove tecnologie possono cambiare radicalmente il cinema. I tempi di produzione di un film e i suoi costi possono essere notevolmente ridotti. Non resta che dare spazio ai nuovi filmaker e alla loro creatività.