Un divano a Tunisi: la psicoanalisi sui tetti

Film del 2019, uscito solo adesso nelle sale italiane, Un divano a Tunisi è la commedia d’esordio della regista franco-tunisina Manele Labidi Labbè, pellicola vincitrice del Premio del pubblico a Venezia 2019. Noi di Social Up abbiamo avuto occasione di vederlo al Chiostro dell’incoronata, arena estiva attigua al Palazzo del Cinema  Anteo di Milano, inserito in un ricco palinsesto di anteprime estive.

Pellicola gradevole, ma per molti aspetti incompleta, Un divano a Tunisi parte da un divertente incipit: la sfida di una giovane psicoanalista formatasi a Parigi di portare la psicoanalisi a Tunisi. Selma, interpreta dalla carismatica Golshifteh Farahani (già musa creativa in Paterson, qui la nostra recensione-analisi del film), infatti, dovrà vedersela con un utenza non abituata ai contenuti della psicoanalisi (i tunisini non sanno cosa sia), nonché con la faraginosità amministrativa, con in preconcetti di una società immobile, maschilista, a dir poco chiusa e poco incline all’auto analisi, che reputa una parigina tornata in patria come qualcosa che stona visibilmente col contesto.

Come fosse una straniera fuori posto, così si sentirà la protagonista, pur nella sua testardaggine che la porterà a collocare il divano dello psicoterapeuta sui tetti di Tunisi, adeguandosi agli scarsi mezzi a sua disposizione e all’ostilità delle forze dell’ordine e dell’amministrazione. Se l’inizio del film è promettente, lo è meno la seconda parte, in cui la sceneggiatura si smarrisce un po’ lasciando troppo aperta la narrazione, sprecando l’occasione di chiudere il cerchio con toni più definiti anche per quanto riguarda i messaggi veicolati.

Pellicola leggera nel complesso godibile, Un divano a Tunisi, non va abbastanza a fondo tuttavia nell’analizzare le problematiche dei pazienti (poteva farlo anche con modalità comiche), nè si spinge a raccontare il vero perché del ritorno di Selma in patria (da Parigi a Tunisi), legato ad un contrasto non approfondito con la madre. Se l’idea di base è graziosa, dunque, e non mancano situazioni che fanno sorridere, il film risulta quasi tronco di una parte, diventando in fin dei conti la semplice storia di una donna che cerca di aprire un improbabile studio di psicoanalisi a Tunisi, quando poteva essere più di questo.

Il film ambientato dopo la primavera araba, lascia trapelare davvero col contagocce riferimenti a questo evento, che rimane parecchio sullo sfondo, nonostante sulla carta doveva assumere valore maggiore: è infatti dopo questo evento che Selma decide di ritornare a Tunisi. I drammi legati a questo passaggio sono analizzati in modo veloce e per lo più superficiale.

L’ispettore della polizia, che corteggia la psicoanalista, può essere visto anche come un residuo diciamo sbiadito e per certi versi comico del regime autoritario di Ben Ali, dittatore tunisino costretto all’esilio proprio durante la primavera araba.

Sullo sfondo il tema del desiderio dei giovani di evadere dalla periferia di Tunisi. Tanti temi, tutti sfiorati, in un film grazioso che però è per certi versi superficiale nel suo aprire parentesi che poi non torna a chiudere. Così le storie dei pazienti della protagonista, risultano un po’ degli escamotage narrativi di contorno, piuttosto che il fulcro della narrazione e ciò risulta un po’ in contraddizione con lo spirito di Selma, la protagonista, che si è trasferita a Tunisi proprio per aiutare la sua gente. In fin dei conti viene raccontata la sua storia (tra l’altro in modo parziale, con pochi riferimenti alla sua vita a Parigi e come si diceva al rapporto con la madre).

Buono l’impatto dell’attrice Golshifteh Farahani sulla scena, di certo l’aspetto più positivo del film, considerato il fatto che la pellicola segue le vicende della psicoanalista Selma.

 

 

 



Francesco Bellia