Sudafrica: oasi di benessere o terra di disuguaglianza?

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Immaginate di camminare per le strade della vostra città e di sentire un continuo scoccare metallico delle scintille nell’aria, per voi sarebbe strano, invece per molti abitanti di Johannesburg è il rumore familiare che accompagna ogni ritorno a casa. A produrlo sono le recinzioni elettrificate che in alcuni quartieri si trovano ovunque, uno dei simboli della città. Proteggono case della middle class e dell’alta borghesia insieme con cancelli, mura, filo spinato e guardiani. Questi ultimi, in genere,  neri.

Il Sudafrica è la seconda economia africana dopo la Nigeria, ed è un Paese fortemente in crescita. Allo stesso tempo però sono in crescita le disuguaglianze: «I poveri sono più poveri e i ricchi sono più ricchi» dice con aria rassegnata Tony che fa la guida per i turisti che vanno a visitare Soweto. La township, nata a fianco a Johannesburg, oggi conta oltre un milione di abitanti, cui si aggiungono gli insediamenti informali: campi di baracche di lamiera abitate in maggioranza da neri, senza accesso a elettricità o acqua potabile.

Con Tony concordano i dati del professor Haroon Bhorat, esperto di economia dell’Università di Città del Capo: l’indice di Gini, che misura la disomogeneità della distribuzione del reddito, è di 63, il che fa del Sudafrica uno dei Paesi con maggiore diseguaglianza al mondo. Circa il 47% degli abitanti vive con meno di 43 dollari al mese, al di sotto della soglia di povertà del Paese. E questo nonostante un tasso di crescita economica al di sopra del 2,5% negli ultimi anni.

«Lavoreremo per dare a tutti accesso ad acqua, elettricità, sanità, trasporti pubblici e sicurezza» ha detto il presidente Jacob Zuma nel discorso inaugurale del suo secondo mandato, vent’anni esatti dalla fine dell’apartheid. Per la prima volta sono andati al voto anche i giovani definiti dai quotidiani sudafricani born free: i nati liberi, appartenenti alla generazione post ‘94 e che dunque non hanno mai vissuto il regime di segregazione.

Foto: Johnny Miller

Per quasi 50 anni, segregazione razziale e repressioni sistematiche hanno oppresso il Sudafrica.  Quando una parte rilevante della popolazione è in estrema povertà, come ancora oggi in Sudafrica, lo stato di salute è influenzato principalmente da bisogni primari come acqua potabile, adeguata alimentazione, igiene, condizioni abitative dignitose, accesso a vaccinazioni, scuola di base, lavoro. A livelli meno estremi di povertà la salute è influenzata soprattutto dall’accesso a servizi sanitari di base di qualità.

L’eredità di Nelson Mandela, storico esponente del partito, fa ancora presa sugli elettori, un paese che è riuscito a capitalizzare le sue immense ricchezze naturali in una crescita ininterrotta dell’economia fino ad entrare – insieme a Brasile, Cina, India e Russia – nel potente club dei “BRICS”, i paesi emergenti nuovi protagonisti della politica mondiale. Una nazione veramente multietnica, che in questi anni ha fatto immensi investimenti per cercare di dare risposte alle esigenze della grande maggioranza della popolazione nera schiacciata nella miseria e nell’oppressione durante la stagione razzista.

Per osservarle, queste disparità, da Soweto basta andare a Montecasino, un centro commerciale nell’area nord di Johannesburg. Dall’esterno sembra un castelletto fortificato del 1600, all’interno è ricostruita una città italiana. Ci sono le strade lastricate di sanpietrini su cui affacciano gradevoli balconi adorni di piante finte, edifici dall’aria storica e in realtà nuovissimi, qua e là dettagli tipicamente italiani: i panni stesi tra un muro e l’altro, una vespa, un’antica auto della Polizia. Tutto sotto la volta di un cielo artificiale che riproduce la luce di diversi orari del giorno dalla mattina alla notte, passando per splendidi tramonti finti. La costruzione di Montecasino è costata 700 milioni di rand (circa 50 milioni di euro), ma vi si può camminare in libertà e –soprattutto- senza timore. Cosa che altrove a Johannesburg non è possibile.

Foto: Johnny Miller

Monte Casino è un’area “gun free”, informano diversi cartelli: non vi si può accedere armati. A ogni ingresso del centro commerciale c’è un controllo di sicurezza con metal detector: proteggere l’incolumità di chi viene qui per passare qualche ora è essenziale, anche perché in Sudafrica la percezione dell’insicurezza è alle stelle.

«La paura che le persone hanno è giustificata» chiarisce Lizette Lancaster, del programma su giustizia e criminalità all’Institute for Security Studies del Sudafrica, «ma il crimine è diminuito rispetto a 10 o 20 anni fa». Secondo gli studi dell’istituto, mi spiega Lancaster, i più poveri sono più vulnerabili al crimine, mentre i più ricchi, che hanno più mezzi per proteggersi, riescono a essere più al sicuro. Il tasso di omicidi nel Paese, comunque, è ancora elevato: 16.259 nel periodo tra il 2012 e il 2013. «Molti di questi – dice Lancaster- sono legati a una cultura della violenza ancora diffusa nel Paese e solo il 16% dei delitti avviene in coincidenza con altri crimini, come ad esempio i furti in casa». Questo spiega il successo delle imprese che si occupano di sicurezza e nel Paese danno lavoro a quasi 450mila “sorveglianti”: il doppio di quanti siano i poliziotti, con un tasso di più di 2 a 1.

Non abbastanza, comunque, per risolvere i problemi di un mercato del lavoro in difficoltà, con una disoccupazione al 25% che per alcuni gruppi sociali raggiunge anche il 50%. Trovare un lavoro, ad esempio, è più difficile per le giovani donne black che abitano nelle zone rurali. «Le classi medie» nota Georgina Alexander, del South African Institute for Race Relations, che si occupa proprio di monitorare la convivenza tra le etnie nel Paese, «sono quelle in cui c’è più eterogeneità razziale. I giovani sudafricani che vi appartengono crescono in quartieri misti, frequentano scuole e università miste, lavorano in uffici misti». Una middle class nera si è iniziata a sviluppare economicamente ben prima che i partiti che si erano battuti politicamente per i diritti civili e politici (in particolare Anc e Pac, Pan African Congress) fosse tolto il bando cui erano sottoposti.

Foto: Johnny Miller

Secondo John Pilger, giornalista che ha vissuto a lungo nel Paese, questo passaggio fu necessario per stabilire un collegamento tra la nazione e il capitalismo: in pratica, scrive, permise agli africani di svolgere quel ruolo che Frantz Fanon definiva come tipico della classe media di un Paese colonizzato. Comunque, spiega sempre Alexander, tutto dipende dal punto di vista: da un lato è vero che «meno di un quarto della borsa di Johannesburg è in mano a sudafricani neri, il 73% dei top manager sono bianchi, le differenze di reddito sono ancora grandi», d’altra parte: «gli standard di vita tra i neri sudafricani stanno velocemente migliorando». Forse per questo «il 58% dei sudafricani si sente fiducioso in un futuro felice per tutte le razze. Solo il 39%, però, ritiene che le relazioni tra le razze stessero migliorando: un dato in calo rispetto agli anni precedenti».

“South Africa: A better place to live in”: un posto migliore per vivere. Diverse le proteste in occasione delle elezioni del 2014, come quelle di tanti abitanti delle township insoddisfatti per le condizioni di vita, spesso precarie. In un sobborgo di Città del Capo dei manifestanti per provocazione sono scesi nelle strade di un quartiere più ricco invitando i residenti a provare per qualche giorno i gabinetti svuotabili di plastica che loro sono costretti a usare.

«Sono contento che (Nelson Mandela) sia morto. Sono contento che tante persone che hanno lottato per il Sudafrica non siano vive per vedere questo» ha dichiarato al Sunday Times Desmond Tutu, premio Nobel e in passato tra i maggiori esponenti della lotta per la liberazione del Paese. Oggi tra gli obiettivi del governo, come negli ultimi 5 anni, c’è quello di creare nuovi posti di lavoro, in particolare nelle zone rurali. Per farlo il governo deve puntare sull’educazione e su una sicurezza sociale più forte.