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Stephen King e il male dell’adolescenza

Potremmo parlare del film IT e tediarvi con la solita recensione su un film campione di incassi, potremmo recensire il libro senza esaltarlo particolarmente, perché Stephen King o piace o non riuscirai mai a finire un libro. Opinioni personali – quindi opinabili – che non importano e di cui non vogliamo parlare adesso. Quello di cui vogliamo parlare, invece, è dell’adolescenza.
Ah, quanto odio l’adolescenza.
Una delle caratteristiche che contraddistingue la poetica di King è la concezione quasi manichea che questo autore ha del male. Perché per lui il male esiste, è fuor di dubbio. Il male assoluto. Quello che deve necessariamente contrapporsi e scontrarsi con il “bene”. Il male, secondo King, può avere varie forme che, in un certo qual modo, lo veicolano in una direzione riconoscibile e ben precisa, quella che imprime al racconto o determina i suoi intenti (meta)narrativi. Pensiamo a Christine, ad esempio, o a Randall Flagg. O all’ Overlook Hotel. In IT, però, il male ha la forma che i personaggi danno lei. O lui. Insomma, esso. Credo sia per questo che IT viene tutt’ora considerato il capolavoro di Steve King: è attualmente la somma della sua poetica, quell’opera in cui il male perde le forme in cui l’autore lo ha sempre veicolato e costretto, acquisendo così senso ultimo, totale e totalizzante, plasmando e facendosi plasmare dal proprio veicolo naturale: l’essere umano.
Il periodo in cui l’essere umano si forma è l’adolescenza. Che schifo, ragazzi. Che schifo. L’adolescenza è una palestra. Di quelle brutte e puzzolenti, con qualche macchia di umidità qua e la. Durante l’adolescenza non si è più bambini, ma non si è ancora adulti. Soprattutto, è quel periodo della vita in cui si cambia e che, nella stessa misura, ti cambia. Ed credo sia proprio durante quel cambiamento che il male si insinua nell’individuo, che cambiando passa dall’innocente fanciullezza alla consapevole inconsapevolezza di giusto e sbagliato. Poi dipende dalla propria eredità, psicologia e dimensione etico-sociale. Ma l’adolescenza resta quel momento in cui l’umidità ti si attacca alle ossa e non ti lascia più, costringendoti ad una vita di problemi reumatici.
Il problema è che il male ha fascino, il bene no. Il bene deriva da uno sforzo, il male si nutre dell’apparenza e rimane lì, così, in superficie. Pennywise è la superficie con cui IT si (rap)presenta al mondo (le sue vittime, i suoi testimoni) ed è l’icona attraverso cui tutti lo ricordano (i suoi spettatori). Christine ha le forme suadenti di un’automobile rossa fiammante. L’Overlook persuade Jack Torrence attraverso i propri fantasmi e il sorriso di Flagg è irresistibile. Volendo potrei citare anche Cose PrezioseDuma Key o altri romanzi del Re, ma credo che ormai il concetto sia chiaro. Il male è attraente, il lumino del pesce lanterna, la trappola in cui cadi prima di sprofondare nei Pozzi Neri. I bambini, spesso, ne sono immuni. Gli adolescenti, quasi sempre, sono quelli più a rischio. Perché gli adolescenti sono stronzi, cattivi e bastardi nelle loro vite di mezzo, nella loro impotenza che si perde e si specchia nel loro atto di potenza. Carnefici per non diventare vittime. Apostoli in cerca di un messia. Se poi parliamo di adolescenti della middle class o della classe operaia, ancora peggio. Perché gli adolescenti sono attratti dal mondo e vogliono possederlo, ma non posseggono ancora gli strumenti per poterlo comprendere nella sua vasta complessità.
Quindi male e adolescenza. Se nel primo caso lo stesso autore tende a rimanerne fascinato, nel secondo prende una posizione netta, quasi mai a favore. L’adolescenza fa male più di qualsiasi mostro. L’adolescenza li genera, i mostri. E’ il ponte verso il non ritorno dell’età adulta. In ogni caso, negli occhi di King, resta il rimpianto della fanciullezza perduta, guardata con gli occhi ancora sognanti di chi non si arrende al tempo e si aggrappa al potere immaginifico della propria creatività, l’unica in grado di sconfiggere i demoni che ci portiamo dentro.



redazione