Quando l’arte entra in città: le panchine creative di Torino

In #artecultura, ARTE, MONDO by redazioneLeave a Comment

E’ possibile trasformare in arte anche gli oggetti più comuni, magari proprio quelli che vediamo tutti i giorni nelle nostre città? Ebbene, la risposta sembra essere affermativa. Il Museo d’Arte Urbana di Torino (MAU), ha trasformato recentemente delle semplici panchine nei giardini pubblici di piazza Moncenisio, in Borgo Campidoglio, rendendole dei veri e propri capolavori d’arte contemporanea.

Il progetto è stato completato nel 2010 dall’artista itinerante torinese Vito Navolio, che ha utilizzato proprio dieci panchine per rendere omaggio a grandi artisti quali Andy Warhol, Piet Mondrian, Hans Hartung, Jackson Pollok, Joan Mirò, Niki De Saint Phalle, Roy Lichtensein, Keith Haring, Pablo Picasso, Fortunato Depero. Ad aiutare l’artista anche Germana Lembo; i due hanno dipinto insieme le panchine rendendole vere e proprie opere urbane.

Oggi quest’ultime spiccano solari nei parchi e sono ammirate da persone provenienti da ogni dove. Ecco perciò che l’arte di un pittore itinerante si fonde con la maestria d’ispirazione dei grandi artisti contemporanei del passato. Come non notare i brillanti colori che rimandano alle strambe figure di Picasso o come non riconoscere lo stile inconfondibile e quasi fumettistico di Keith Haring?

L’arte si fonde così anche con la città, divenendo parte di essa. Un semplice oggetto utilizzato perlopiù per riposarsi tra una passeggiata e l’altra, diviene un mondo colorato in cui perdersi proprio come in un museo originale e strambo. Una trovata non convenzionale che aiuta le persone a ricordarsi di quanto l’arte e la cultura non siano qualcosa di fortemente elitario, ma un’opportunità sempre più alla portata di tutti.

La parola chiave è perciò emozione, e guardando queste creative panchine non è facile trattenere un sorriso e farsi rallegrare la giornata con semplicità. E come disse proprio Picasso: ” L’arte scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni”. Niente di più vero.