Quando è la parola a generare l’ingiustizia

Benito Dell'Aquila

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Prima di qualsiasi ingiustizia, prima che un pensiero si trasformi in azione, vi è la parola.

Le parole sono lo strumento che utilizziamo per comunicare. Se per assurdo tutto ciò che pronunciamo occupasse spazio, ad esempio gigabyte, probabilmente nell’arco di una vita intera si renderebbe necessario un reset al giorno. Esistono parole semplici, utilizzate più comunemente di altre e parole che si trasformano in antiche. Espressioni e modi di dire alla moda ed altri che risultano demodé.
Esistono parole, invece, che hanno un significato preciso, ma che troppo spesso vengono utilizzare in modo erroneo o che perdono un po’ del loro significato primordiale. Discorsi che sminuiscono o capovolgono il vero significato delle parole. Le parole generano ingiustizia.

Ingiustizia: “Violazione dei diritti altrui, siano essi sanciti dalla legge o semplicemente riconosciuti dalla ragione e dalla morale” [Diz. Sabatini Coletti].

Nel mondo esistono migliaia di ingiustizie diverse. Ogni singolo individuo nel mondo, ogni giorno, subisce almeno un’ingiustizia. Probabilmente ogni singolo respiro di cui ci appropriamo viola il diritto di qualcun altro. E’ un esempio estremo, respiriamo per un bisogno innato di aria, le ingiustizie sono altre ed esistono costituzioni e codici, tribunali atti a giudicare le vere ingiustizie, quelle che ledono la libertà individuale.

Ma in un mondo che appare sempre più precario dove le preoccupazioni nascono dal fragile mercato del lavoro, dalla crisi mondiale, dagli scenari di guerre e dal terrorismo internazionale, ha ancora senso preoccuparsi delle ingiustizie sociali? Sono forse meno importanti le ingiustizie di genere perché si sviluppano da dinamiche superate, e dunque secondarie?

Tra i grandi mali della storia, di cui ancora si necessità di discutere, vi è l’ingiustizia compiuta verso le donne. L’ingiustizia di genere è un cancro mondiale, che corrode in qualsiasi modo si manifesti e ad ogni strato sociale. L’abominevole violenza che nasce e nutre l’indecenza domestica, da dove trae la sua origine? La donna che viene intesa come proprietà, come inadatta, debole o più semplicemente preda degli irrazionali sconvolgimenti ormonali, come può riscattare una volta per tutte la propria dignità?

La risposta a questi quesiti è: la cultura. Certo, questa risposta può apparire scontata o riduttivamente superata. La cultura, però, è l’unico mezzo che può fungere da faro contro tutte le ingiustizie e nel caso particolare, può sconfiggere tutti i luoghi comuni sulla donna.
Il reale obiettivo dovrebbe essere quello di smantellare a poco a poco le profonde radici del patriarcato che ha tanto caratterizzato la storia e l’immaginario comune sulla donna.

E’ possibile mettere in pratica un’operazione così grande di demolizione e creazione di un nuovo immaginario, riflettendo sulle parole. L’importanza delle parole, che combinate tra loro generano discorsi, è fondamentale. Il ruolo della cultura e delle sedi in cui opera è proprio quello di riqualificazione delle parole, ridare la giusta connotazione e far comprendere come le più semplici espressioni, possano invece, nascondere e nutrire l’ingiustizia.

Nel panorama mondiale esistono migliaia di voci che si sono espresse in difesa della condizione femminile e che possono essere utilizzati per progetti scolastici e corsi formativi per le aziende.

Vi è un testo del 1929, di una scrittrice inglese, una pasionaria del pensiero femminista, Virgnia Woolf, che necessariamente dovrebbe occupare un tassello privilegiato negli iter scolastici. “Una stanza tutta per sé” rivendica l’emancipazione femminile, affinché la donna possa giungere allo stesso livello dell’uomo in ambito sociale, artistico ed economico. L’invito della Woolf non è a riflettere, ma a risvegliare le coscienze.

Malala Yousafzai nel 2014 è stata insignita del premio Nobel per la pace. Nel suo discorso alla Nazioni Unite ha affermato l’importanza dell’istruzione come mezzo per combattere la violenza. Il premio Nobel ha rivendicato l’istruzione e la cultura come il mezzo portante per abbattere l’ignoranza, la madre di tutte le ingiustizie.

Io non parlo per me stesso, ma per dare una voce a coloro che meritano di essere ascoltati. Coloro che hanno lottato per i loro diritti, a vivere in pace, ad essere trattati con dignità, alle pari opportunità. Per il loro diritto all’istruzione.

Nel 2016, il New York Time ha considerato il discorso di Michelle Obama uno dei più grandi che una first lady americana abbia mai pronunciato in favore delle donne:

«Non riesco a credere che sto dicendo che un candidato alla presidenza degli Stati Uniti si è vantato di aver aggredito sessualmente delle donne. (…) E dunque, nonostante mi piacerebbe fingere che questo non stia accadendo, e mi piacerebbe venire qui a fare un normale discorso per la campagna elettorale, sarebbe disonesto e ipocrita da parte mia passare semplicemente alla questione successiva, come se tutto fosse stato solo un brutto sogno. Non è qualcosa che possiamo ignorare. Non è qualcosa che possiamo nascondere sotto il tappeto (…)».

A denunciare l’ingiustizia di genere sono quasi sempre donne. Donne che parlano di donne e la loro voce rimane ancora inascoltata. Se provassimo a ribaltare i ruoli e a far si che siano gli uomini a parlare della condizione femminile?
Vi lascio con questo interrogativo, se fosse l’uomo a subire l’angheria e il pregiudizio di genere?