Fonte: La repubblica

Premio Strega 2022: tante verità in “Niente di vero” di Veronica Raimo

“Niente di Vero” di Veronica Raimo è uno dei 12 libri finalisti del Premio Strega 2022. Si tratta del primo romanzo della scrittrice romana edito da Einaudi, in cui l’autrice racconta di sé, della sua famiglia, di alcuni aneddoti della sua infanzia e adolescenza che hanno segnato, poi, la sua vita adulta.

Ricordi di una vita passata tra menzogne e verità, nel tentativo di raccontare una parte falsa del proprio vissuto agli altri. Uno sforzo, questo, che non farà altro che riconfermare il contrario. La protagonista si ritroverà più volte a constatare di non essere vittima delle sue bugie, ma imprigionata nella sua “noiosa” verità.

Niente di vero è un libro che si potrebbe definire work in progress.

L’autrice con disinvoltura non ha paura di dire al lettore che cosa stava accadendo mentre scriveva il libro o che cosa le ha chiesto un’amica pochi giorni prima che lo consegnasse. Mentre si legge si ha l’impressione che il testo non sia ancora finito, che qualcosa possa accadere da un momento all’altro e soprattutto che l’autrice possa, in qualche modo, riempire le pagine vuote inventandosi una storia sul lettore che sta leggendo il libro in quell’esatto momento.

D’altro canto, “Niente di vero” sembra essere un diario, un romanzo di formazione e un’autobiografia e al contempo non appartiene a nessuno di questi generi. Veronica Raimo non racconta giorno per giorno fatti della sua vita, ma alterna momenti, episodi attraverso dei salti temporali che la trascinano dal passato al presente in un attimo. Un passato remoto a cui ad ogni riga si affianca un condizionale come “avrei potuto dire o fare”.

Quelli di “Niente di vero”, però, non sono mai rimorsi o rimpianti, ma constatazioni.

Il testo ripropone gli anni della sua formazione. Si accenna alla sua vita universitaria, al suo Erasmus in Germania e alla vita da scrittrice nomade a Berlino. Niente ha un ruolo formativo, neanche informativo. Semplicemente si fa portavoce della sua vita, e non solo.

I temi di “Niente di vero”

Racconta del rapporto con la madre ansiosa, e dei desideri mancati di questa, ostinata a vivere nella sua bolla come se fosse un universo alternativo. Probabilmente Veronica, proprio dalla madre ha preso la spontanea capacità di costruirsi una realtà altra in cui rifugiarsi dal presente.

L’autrice presenta al lettore un padre ipocondriaco e maniaco dell’ordine e del pulito. Intento solo a costruire muri per casa senza alcun motivo specifico, costringendo la figlia ad immaginare che avesse un’amante per donare a quell’uomo un carattere più avventuriero che inetto. Si tratterebbe di una storia di passione con una collega di lavoro, ma fino alla fine non si capisce se fosse poi stato tutto vero o solo frutto della sua fantasia.

Grazie al padre (o a causa di) la scrittrice protagonista conosce il lutto, e lo metabolizza velocemente o forse, si rende conto di non averlo mai metabolizzato fino in fondo.

La mamma e il papà di Veronica Raimo non si sono mai lasciati, ma nelle sue parole appaiono lontani anni luce. Ognuno preoccupato delle proprie esigenze, se mai ne avessero avute davvero qualcuna di così importante. L’unica ossessione della madre rimane il fratello, Christian, l’enfant prodige, anch’esso scrittore con cui l’autrice sperimenta per la prima volta il senso di noia, e come riempirla, ma soprattutto è con lui che impara sin da piccola a mentire.

Riuscivo ad imbrogliare in un gioco zen, non aveva senso. Eppure non riuscivo a farne a meno.

L’amore, l’amicizia: l’inerzia.

Ai rapporti famigliari imprigionati nei loro paradossi – “Siamo arrivati al paradosso” direbbe senza alcun senso il padre della Raimo – fanno da sfondo gli amori di Veronica. L’autrice non fa mai riferimento all’amore vero e puro, seppur citando grandi gesti compiuti nei confronti dei ragazzi con cui si frequentava.

Per lo più, con la disinvoltura che la contraddistingue, la Raimo racconta di alcune esperienze carnali avute con dei ragazzi tra Roma e Berlino, eppure in ognuna di queste non sembra mai arrivare a provare piacere. Al punto tale che non si rende neanche conto di aver perso la verginità prima di quando lei credesse. Nel libro, tra l’altro, sono presenti racconti delle prime volte che ha avuto a che fare con l’altro sesso, di molestie represse da piccola e di quel senso di disgusto percepito. Si legge, inoltre, tra le righe un invito a prestare maggiore attenzione all’educazione sessuale delle giovani generazioni.

A., è l’unico con cui ha convissuto diversi anni, ma nei racconti dei due non si percepisce l’affetto reciproco. Con Bra ha invece sperimentato il tradimento, ed è l’unico – eccezion fatta per un dottore di cui si era infatuata da piccola- del quale pare aver provato una sorta di gelosia solo nel momento in cui questo si rifa’ una vita.

Per capire come sia una Veronica innamorata davvero si deve fare, ancora una volta, riferimento alla sua fantasia.

L’unica persona che è stata in grado di farla arrossire neanche esisteva ed era Amory Blaine, protagonista di Di qua dal paradiso di Fitzgerald.

La scrittrice prosegue, quindi, avendo rapporti con degli uomini per inerzia, e nel momento in cui qualcosa si rompe o rompe la sua noia, lei non sembra mai pronta a cambiare. Conserva il suo stato di quiete.

Tutti i miei innamoramenti si nutrivano di solido platonismo. Non a caso l’anagramma del mio nome è “Invocare amore”. Cioè, non viverli.

In amore come in amicizia Veronica Raimo si lascia trasportare dall’inerzia. Come nel rapporto con l’amica Cecilia, a cui tra l’altro ha dedicato il romanzo. Le due si sono perse di vista, o meglio Cecilia si è trasferita, si è costruita una vita ed ha avuto una figlia a cui avrebbe tanto voluto presentare la zia Vero. Tante occasioni di incontro mancate hanno portato loro a non sentirsi più. L’ultima, però, aveva davvero un fondo di verità: Veronica aveva abortito il giorno prima e non si sentiva di uscire di casa. Magari se le avesse detto la verità sulle motivazioni della sua assenza ad oggi si sarebbero riunite, ma era uno sforzo troppo immane per una donna abituata a vivere ormai nella “resa”.

Il fallimento non è la cosa peggiore, la cosa peggiore è l’indecisione, il bilico.

L’ironia di “Niente di vero”.

Il libro non riporta alcun lieto fine, in realtà non vi è neanche una fine. La vita di Veronica si incrocia con quella di Veronika la rock star che immaginava di essere l’autrice da piccola. Al contempo, però, vi è anche Verika, la figlioletta della mamma che sognava di diventare un’artista perché “sapeva disegnare” e che magari un giorno si sarebbe sposata e avrebbe avuto dei figli.

Realmente non si percepisce chi è Veronica, ma il senso ultimo di questo romanzo biografico non è poi quello, perché come dice lo stesso titolo in realtà non vi è niente “di Vero”.

Dall’inizio alla fine, ogni storia – vera o falsa che sia – descrive circostanze in cui in un modo o nell’altro ciascun essere umano si è trovato a vivere. Il disagio, la vergogna, una famiglia ingombrante, la paura del futuro, le ferite del passato che stentano a guarire, i legami che finiscono senza motivo, l’orgoglio che ci blocca dal ricucirli. Tutte difficoltà che l’uomo ha imparato a camuffare con un sorriso per andare avanti, per continuare a vivere – o sopravvivere -.

Lo stesso sorriso che è presente nelle pagine di “Niente di vero” grazie all’umorismo della scrittrice, all’ironia che si prende gioco della realtà. Alla leggerezza con cui è in grado di trattare temi come l’aborto, la molestia, il lutto come fossero cose di tutti giorni, poiché lo sono davvero. Una scrittura “algida” e pungente che riesce anche a fare scappare un sorrisetto e pensare “è proprio così, è proprio vero!”.



Giulia Grasso