Intervista a Gabriele Romagnoli: “Ogni scelta implica un cambiamento”

“Cosa faresti se” è il nuovo libro di Gabriele Romagnoli per Feltrinelli Editore. Scrittore, giornalista, sceneggiatore, stavolta Gabriele Romagnoli indaga sulla difficoltà di fare una scelta attraverso le storie di personaggi che in un momento della loro vita si trovano ad un bivio e scopriranno solo alla fine di essere tutti legati tra loro.

Il giornalista, a lungo inviato per “La Stampa”, direttore di “GQ” e Raisport e ora editorialista a “La Repubblica”, presenta il libro a Ragusa, nella manifestazione “A tutto volume”, giunta alla sua dodicesima edizione.

Si è laureato in Giurisprudenza e poi si è dato alla scrittura e non ha più smesso. Penso a molti scrittori e autori che non hanno raggiunto subito il successo, e adesso sono letteratura italiana. E’ stato davvero così facile, senza mai alcuna battuta d’arresto?

Non credo sia così facile. Ci vuole sempre un po’ di fortuna, soprattutto all’esordio. Credo che la parte più difficile della letteratura sia cominciare in due sensi: cominciare a scrivere credendo in se stessi e credendo di avere qualcosa da dire. Io stesso ho cestinato molte cose che ho scritto all’inizio. C’è un romanzo scritto a 25 anni che ho scelto di non pubblicare, anche se c’era un editore interessato, perchè ho capito che non ne valeva veramente la pena. E poi occorre qualcuno che abbia fiducia e interesse nelle cose che scrivi. Nel mio caso, Pier Vittorio Tondelli chiese a chi aveva meno di 25 anni di inviargli dei racconti per fare un’antologia che si chiamò under 25. Tra gli undici che pubblicò, ci fu il mio racconto. Ciò mi diede fiducia per continuare. Dopo è più facile.

Una carriera sempre in continua evoluzione. Una sola costante: comunicare, anche se con ruoli e su argomenti diversi. Cosa manca che le piacerebbe fare?

Io sono molto curioso quindi è vero che ho scritto libri, ho scritto sui giornali e ho scritto per il cinema e la televisione. Mi piacerebbe fare la radio di notte che non ho mai fatto. Sono sempre stato affascinato da queste voci della notte che parlano e raccontano. Mi è rimasta l’idea che ci siano tante persone sole che ascoltano la radio di notte e quello che mi piacerebbe ancora fare è essere una di quelle persone che raccontano storie e mettono musica.

A Ragusa per presentare “Cosa faresti se”, in cui racconta storie di persone che devono fare delle scelte con tempistiche diverse. La scelta è proprio gioia e dolore della nostra esistenza, ma secondo lei, se avessimo più tempo per valutare, cambierebbe il risultato finale?

No, perchè credo che le scelte migliori sono quelle che si fanno con pochissimo tempo a disposizione. Più uno pensa, più rischia di fare entrare delle valutazioni sbagliate. Nelle scelte immediate, ragioniamo di pancia, anche se sarebbe più giusto dire che ragioniamo di cuore. Al primo battito, andiamo in una direzione. Quando iniziamo a valutare i pro e i contro, finiamo per cominciare a pensare di fare la scelta più giusta. Aumentare il tempo di valutazione non implica fare la scelta più giusta. Non esistono scelte giuste o sbagliate, dipende da quale punto di vista si valutano. Le scelte possono essere sincere o essere la costruzione di cosa uno vorrebbe essere.

Scegliere comporta sempre perdere qualcosa e anche rischiare di sbagliare: secondo lei esiste una sorta di decaologo per scegliere al meglio?

Non esiste in senso universale, ne esistono molti possibili. Le persone possono affidarsi a decaloghi di tipo sprirituale e avere, ad esempio, la guida di un testo di fede. Ognuno si cosrtruisce questo libro di riferimenti per scegliere: può metterci dentro un po’ di morale personale se non è religioso. La cosa saggia è avere il riferimento prima della scelta, ossia sapere che cosa si andrà valutare di più importante in ogni scelta da compiere.

Qual è la scelta che farebbe ogni giorno senza doverci pensare?

Di sposare mia moglie.

E quella sulla quale tentenna ancora adesso, ma oramai ha scelto?

Ci sono scelte che ho fatto e che non rifarei, però non ho mai tentennato. Secondo me, è pessimo prendersi troppo tempo. Tentennare significa che in realtà non si è convinti di nessuna delle due cose. Gli uomini devono scegliere, devono andare in una direzione, anche se non hanno il codice prefissato, ma devono trovarlo. Qualche volta ho fatto delle scelte che non rifarei mai più, poi certo per come è andata la vita dopo, credo sia andato poi meglio così.

Ci può essere un approccio fatalista alla scelta? Le faccio un esempio: devo scegliere tra a e b. Scelgo a, ma siccome b è il mio destino, anche se scelgo a, prima o poi b ricapiterà.  

Oddio (ndr. Ride) io sono abbastanza fatalista, ma non fino a questo punto. Il vero nucleo della scelta non è a o b. È che dopo che hai scelto a o b, tu sarai per sempre a o b. Rimango ad un esempio tratto dal libro che ho scritto. Una coppia deve decidere se accettare o no in adozione una bambina gravemente malata. Il punto è che dopo che hanno detto si o no cambiano, perchè sapranno dal momento successivo di essere o persone pronte ad affrontare delle difficoltà anche se non ci sarebbe ragione per farlo oppure persone che scelgono la propria tranquillità invece di aggiungere un problema che dovrà affrontare qualcuno al posto loro.

Giocando con il titolo del libro, cosa avrebbe fatto se non fosse diventato uno scrittore?

Una bella domanda. Tornando all’inizio, io mi ero laureato in Giurisprudenza, ma quello era il piano b. Ho cominciato a fare il giornalista relativamente tardi, cioè a 28 anni. Nell’intervallo tra la laurea e il giornalismo, ho capito che il piano b era un piano z. Non volevo veramente fare nessuna professione legale perchè non mi piaceva fare l’avvocato e perchè temevo che se avessi fatto il giudice o il funzionario di polizia, mi avrebbero sbattuto in un commissariato o in una procura lontana e isolata non avendo il carattere adatto alle strutture.



Sandy Sciuto