Pittura e follia, il lato oscuro dell’espressione artistica

Alfonso Lauria

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Da sempre l’arte ha potuto dare sfogo ad ogni sfumatura dell’animo umano, infatti è stata utilizzata come potente strumento per coniugare l’inconscio e la propria personalità, dandole così, libertà e un posto nel mondo. L’arte attraverso le sue manifestazioni ha potuto dare “voce” ai lati più oscuri della psiche umana, come la follia che da molti è stata utilizzata come principale arma per non nascondersi e liberarsi dai limiti della realtà circostante.

L’arte è stata sempre caratterizzata da tre categorie d’artisti: coloro che dipingevano ciò che osservavano, coloro che ricordavano e quelli che immaginavano. Il nostro cervello si modifica di fronte alla realtà, ma è anche capace di cambiarla: in tal senso una mente “diversa” avrà pertanto un rapporto. Nell’arte questo processo può portare a nuove realtà che non dipenderanno necessariamente da ciò che i nostri sensi percepiranno: la nostra mente infatti, non sempre ha bisogno del continuo flusso d’informazioni provenienti dai nostri sensi. Infatti, i sogni o i ricordi che rivivono nella nostra mente, possono essere anche rappresentazioni create “semplicemente” dal nostro subconscio ed inconscio e sono testimonianza di quegli eventi.

In questo senso l’arte aiuta o semplicemente amplifica la “realtà” dell’artista, creando un nuovo “canale” in grado di indirizzare le nuove esperienze. Ogni stimolo sensoriale, reale o evocato dalla memoria stimoleranno il sistema nervoso dell’artista proprio durante la creazione dell’opera d’arte. Sicuramente accostarsi ad una creazione di questa “natura” implica il coinvolgimento di molte “strutture cerebrali” ed essa nasce dalla combinazione di ciò che l’artista ha visto e ha vissuto e da come quest’ultimo abbia interpretato la realtà. In questo processo, soprattutto l’elaborazione interiore di ogni elemento, può essere “alterato” da cause patologiche, alterando le capacità emotive e percettive dell’artista, influendo così sulle sue espressioni artistiche e testimoniando come la vita di un artista entri a far parte anche della sua opera.

Alcuni dei più grandi artisti soffrirono, chi più chi meno, di alcune patologie legate alla mente. Come Francisco Goya, affetto da encefalopatia che gli provocò sordità e alterazione della personalità sempre più crescenti, elementi che troviamo in “Saturno che divora i suoi figli”. Michelangelo, il quale per molto tempo dovette convivere con la depressione, anch’essa di origine psichica e nel volto di San Bartolomeo vediamo un dolorante autoritratto. James Ensor il quale soprattutto nel suo capolavoro “L’entrata di Cristo a Bruxelles” diede massimo sfogo della propria patologia, frutto di allucinati visioni. Ancora Edvard Munch si ritiene fosse affetto da una sindrome schizoide ed ovviamente il Grido ne fu una limpida testimonianza. Come non citare il pittore “malato” per eccellenza, Van Gogh, affetto da allucinazioni e attacchi di epilessia.

L’elenco potrebbe continuare, citando tra i tanti Pollock, Rothko, Bacon, Monet, De Chirico, Mogliani o ancora Dalì. Leggendo questi nomi ci accorgiamo come l’arte e la follia son sempre state e sempre lo saranno facce della stessa meravigliosa medaglia, il quale connubio ci ha regalato le più grandi personalità artistiche che l’uomo abbia mai visto.