Perché il Festival di Sanremo sta tanto a cuore a noi italiani

In Italia, Paese unico per storia, arte e cultura, abbiamo il vizio di focalizzarci su più cose contemporaneamente, perdendo inesorabilmente la traccia e lasciando un po’ tutto a metà.
Quest’anno, con il Corona virus che continua a dilagare con mille varianti e un piccolo dettaglio come una crisi di governo, il problema di febbraio per l’Italia è stato il Festival di Sanremo.
Ci siamo scervellati, questionati, dibattuti, ci sono state interi salotti televisivi al riguardo e testate dei quotidiani, ma alla fine un risultato è arrivato: dal 2 al 6 marzo il teatro dell’Ariston ospiterà il Festival della canzone Italiana.

Ma perché a noi italiani questo festival sta così a cuore? Perché, nonostante pandemie globali e stravolgimenti politici continuiamo a batterci così tanto per lui?
Il festival di Sanremo va in onda per la prima volta in Italia nel 1951, accompagnando da quel momento in poi a cadenza annuale grandi e piccini. Il festival ha visto nascere nuovi talenti della musica italiana, ha allietato mesi piatti come quelli di febbraio e marzo ed ha avvicinato l’Italia intera per settant’anni. Ecco perché siamo così affezionati a questa manifestazione.


Inizialmente, l’obiettivo del Festival era quello di incrementare il turismo nel bel comune ligure durante la stagione invernale.
Partita nel Gran casinò nel Sanremo, la prima edizione vide l’esibizione di soli tre artisti, i quali si alternarono presentando in totale 20 brani. Non riscosse grande successo, né tra la critica musicale nè tanto meno dal pubblico presente in sala.
Negli anni poi, sorsero nuove regole, ad esempio la doppia interpretazione a tema classico e moderno, l’introduzione di nuovi personaggi e un concorso iniziale per “voci nuove”.


La prima edizione che segnò la storia, tuttavia, fu quella del 1956. Non solo fu la prima trasmessa in radio-visione, ma fu anche l’ispirazione principale per la creazione dell’Eurovision Song Contest.
Gli anni sessanta videro la nascita de “L’era Bongiorno”, con conduttore Mike Bongiorno, il quale prese parte al festival dal 1963 al 1967, portando un alone di freschezza a vivacità.

 


In questi anni il festival iniziò ad essere palcoscenico di temi più sociali, grazie ad interpretazioni come “Il ragazzo della vi Gluck” di Celentano e il ricordo del suicidio del cantautore genovese Luigi Tenco.


Gli anni settanta, con la verve che li contraddistingue, furono considerati più un trionfo di cosce e seni che sana musica italiana. Portando temi come erotismo e pornografia, furono i più infelici per il Festival di Sanremo.



Furono gli anni ‘80 a valere la rivalsa del Festival. Grazie a presentatori come Roberto Benigni, Claudio Cecchetto, Olimpia Carlisi, ma soprattutto Pippo Baudo, l’evento nazionale divenne una vera e propria festa. Canti, balli, ma soprattutto tanta presenza scenica nella quale i presentatori accompagnavano il pubblico attraverso il festival, districandone il racconto e intrattenendo gli spettatori con estro.


L’edizione del 1986 vide Loretta Goggi come prima donna ad essere la conduttrice principale dell’evento.
Gli anni ‘90 poi si differenziarono per essere gli anni di “Perché Sanremo è Sanremo”: uno slogan nazionale che rappresenta la manifestazione come appuntamento fisso per l’intera società italiana.


I primi anni 2000 danno il benvenuto alla canzone più indipendente, ed un decennio dopo si assiste alla coesione totale tra il festival ed altri appuntamenti televisivi, come ad esempio Amici di Maria De Filippi, vedendo tra gli interpreti personaggi già noti ai talent italiani.


Quest’anno invece, nel 2021, festeggeremo i 70 anni del Festival di Sanremo.
Un festival che, tra alti e bassi, ha accompagnato e stretto assieme noi italiani, crescendo assieme a noi.
Dopo un anno di pandemia, vedere un interesse così grande, una totale battaglia e un tale investimento di denaro può sembrare superficiale. No, non abbiamo bisogno di un festival per sconfiggere il virus, tantomeno per risolvere tutti i problemi che questo ha causato. Non ci serve un festival per distrarci un po’ dalle classe politica che ci rappresenta e per i problemi finanziari che tutti stiamo soffrendo.


Ma ci serve un festival per ricordarci che, nonostante tutto, noi italiani siamo sempre stati sul pezzo. Ci serve un festival per guardarci indietro tra dieci anni e vedere che non abbiamo mollato. Che lo strato socio/culturale rimane forse il più importante per gli italiani. Che un po’ di musica, qualche volto simpatico e una voce dotata, ci fanno ancora emozionare come quando eravamo bambini.
Ci serve un festival perché fa parte della tradizione italiana e poi “Perché Sanremo è Sanremo”.



Azzurra Candelari