Il cittadino responsabile vota, il codardo si astiene (ma poi si lamenta)

Domenica 4 marzo, gli italiani sono chiamati alle urne per decidere la composizione della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica italiana per i prossimi 5 anni.  Un compito certamente da non prendere sotto gamba, quel tratto di matita sarà utile a scrivere il futuro del nostro Paese. Forse anche per questo una larga fetta di elettori sceglierà l’astensionismo? Che, tra l’altro, è uno dei mali peggiori che affligge il mondo occidentale. Basti pensare che l’astensionismo ha contribuito a rendere Trump l’uomo più potente del mondo.

Le ragioni di chi non va a votare sono quasi sempre le stesse: non serve a niente, i politici sono tutti corrotti, hanno già deciso tutto, destra e sinistra sono ormai la stessa cosa. Si tirano in ballo addirittura i “poteri forti”, la mafia, il fatto che i politici, strapagati, siano lontani dal cittadino comune. Si finisce con il trovare soluzioni semplici (o semplicistiche?) a problemi complessi – quali la crisi economica, l’immigrazione, la sicurezza – affermando che “se fino ad ora non hanno fatto niente è perché non conviene farlo!” Insomma, si disegna l’astensionismo come sublime forma di protesta verso una politica che ormai serve a nulla.

Bel modo di protestare, tappandosi la bocca e senza manifestare il proprio dissenso. Chi si astiene non dice un bel niente. O almeno, non dice niente su ciò che pensa della politica del suo Paese, che è poi uno dei principali motivi per votare. L’astensione manifesta solo disinteresse e disillusione, lasciando che gli altri – sempre più pochi – decidano per lui. Qualche volta, addirittura, non votare significa quasi dire: ok, a me stanno bene le cose così come stanno. Astenersi garantisce lo status quo.

L’astensione è una via di mezzo fra irresponsabilità ed ignavia. Non ci si prende la responsabilità di valutare le proposte politiche e scegliere quella più vicina ai propri desideri o alla propria coscienza. Non si ha nemmeno il coraggio di schierarsi o di manifestare i propri ideali o il proprio credo politico. Perché per votare bene basta prendere in considerazione i programmi dei vari partiti, scremarli da quelle che sono mere promesse elettorali (leggi: fuffa), scegliere di conseguenza chi possa adottare le soluzioni più adatte e desiderabili. A meno che non si abbia già una fede, un credo politico forte e convinto e votare di conseguenza.

Se si volge lo sguardo ai giovani, i dati sono ancora più preoccupanti. Un tempo, i ragazzi partecipavano alla lotta politica, anzi spesso la animavano. Il partito di classe era un punto di riferimento ed un luogo di aggregazione, dove non solo si costruiva la base delle politiche da intraprendere, ma si creava addirittura coesione sociale e crescita culturale. Oggi i partiti hanno perso questa visione di sé e gli stessi elettori non sentono più di appartenere ad una classe. Perciò è facile capire come mai il 70% dei giovani decide di non andare a votare. I partiti non sanno comunicare ai giovani, sia per quanto riguarda i contenuti che per i mezzi stessi.

Ma guai a dire che i giovani non siano affatto interessati a tematiche sociali o socio-politiche! Al contrario, sono sempre più attenti a temi come la cooperazione internazionale e l’innovazione sociale ed impegnati nelle campagne di informazione e sensibilizzazione, o addirittura cercano lavoro in questi ambiti. Però, non credono che la politica, in particolare quella nazionale, abbia grandi possibilità di azione in questi ambiti.

Eppure, ancora niente viene fatto per coinvolgere tutti nel momento di massima democrazia che sono le elezioni. Anche rendere nulla la scheda sarebbe più auspicabile dell’astenersi. Il voto nullo, a differenza del non voto, ha un significato profondo: sono venuto a votare perché credo nel potere del voto, perché sono un cittadino responsabile, ma nessuno di voi mi rappresenta, sono in profondo disaccordo con qualsiasi candidato e se questo è l’unico modo per farvelo sapere, eccomi qua!

Anche la Costituzione, all’art. 48, riconosce il voto come un dovere civico. In quanto cittadini, insomma, siamo chiamati ad assumerci la responsabilità di gestire al meglio lo Stato. D’altra parte, se la sovranità appartiene al popolo ed il voto è espressione di tale sovranità, non andare a votare significa rinunciare alla parte di sovranità che ci spetta. Il che impedisce il buon funzionamento della democrazia, poiché esso dipende proprio da una consistente partecipazione dei cittadini alla vita democratica.

Pertanto, domenica recatevi tutti alle urne e votate chi o cosa volete. Non fosse altro per avere anche il diritto di lamentarsi della politica nei prossimi 5 anni!



Emilia Granito