I politici e le promesse elettorali mancate: è (anche) colpa degli elettori?

Emilia Granito

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“T’appartengo e io ci tengo / e se prometto poi mantengo. / M’appartieni e se ci tieni / tu prometti e poi mantieni”

Cosa c’entra Ambra Angiolini con la politica? Beh, nulla, anche perché lei manteneva le promesse, stando ad una delle sue canzoni più famose. Canzone che qualche leader politico dovrebbe imparare a cantare un po’. Se qualcuno ancora non se ne è accorto, infatti, l’Italia è in campagna elettorale. Lo fanno notare soprattutto le roboanti promesse politiche che i candidati leader annunciano sui giornali o dalle poltrone dei talk show, in un clima da mercato: “Signora, le calze 5€ 2 paia!”. “Signora, da me le calze 6€ 3 paia… ed un calzino spaiato in regalo!”.

E così, fra tagli alle spese, tasse abbassate o abolite, posti di lavoro per tutti e chi più ne ha più ne metta, pare che, chiunque vinca, dal 5 marzo vivremo nel Paese dei Balocchi. Ma perché, pur sapendo come andrà a finire, continuiamo a fidarci di chi ci promette la luna, e poi non ci dà nemmeno il pezzetto di formaggio di cui dicono sia fatta?

La colpa, strano a dirsi, è da addossare anche a noi elettori. E non perché vogliamo convincervi di non andare a votare. Non abbiamo mai fatto, e mai faremo, endorsement, né per un candidato, né per l’astensionismo. Quelli sono problemi vostri. Semplicemente, le promesse elettorali fanno leva su un meccanismo psicologico anche piuttosto semplice, ma efficacissimo.

Più è grande la promessa, più tendiamo a crederci ciecamente. E questo perché per natura l’essere umano è ottimista (anche se spesso sostiene il contrario); così, l’elettore medio è qualcuno che vorrebbe un miglioramento nella sua vita e crede che il politico sia la persona capace di realizzare tale desiderio. A questo punto, non serve essere luminari in psicologia, per comprendere che tendiamo a votare chi promette di più – o meglio, chi promette maggiori cambiamenti. Così facendo, piuttosto che farci illudere dai politici, ci stiamo illudendo da soli: nell’inconscio, pensiamo che attraverso quel voto saremo in grado di cambiare la nostra sorte (e perché no, quella del nostro Paese). È l’elettore a fare una promessa che, in sostanza, non può essere mantenuta.

La colpa, però, è sempre di Cesare. Anzi, più il capo politico è una figura nuova, carismatica, coinvolgente, più convergono su di esso speranze, entusiasmo, consensi, delusione e rabbia. Anche i pochi risultati positivi ottenuti diventano fonte di malumore, perché molto al di sotto delle aspettative. Aspettative che, lo ripetiamo, sono certo indotte durante la campagna elettorale, ma vengono accresciute, inconsciamente o meno, dalle aspirazioni personali dell’elettore stesso. Ed anzi, gli stessi elettori che maggiormente si indignano per le promesse elettorali mancate, quasi sicuramente non voterebbero un politico che faccia solo promesse realizzabili.

Un meccanismo, questo, che non vale solo per la politica. Si pensi ad esempio a chi, in cerca di lavoro, si candida per una posizione che crede di poter ricoprire perfettamente, perché possiede tutti i requisiti minimi, ma poi viene scartato. O, esempio forse più calzante, alle promesse matrimoniali: facile a dirsi, nel giorno perfetto, ti amerò nella buona e nella cattiva sorte. Poi la cattiva sorte arriva, ci si sente traditi ed al partner si addossa la responsabilità di non aver mantenuto la promessa.

Come se ne esce? Difficile. È insito nella natura umana fare promesse. Ed altrettanto umano è credere ciecamente a ciò che ci piacerebbe accadesse. Ma, soprattutto in politica, sarebbe utile lasciare spazio alla razionalità e capire quali promesse potranno essere mantenute, a quale costo e se ciò sia davvero conveniente.