Martina Navratilova: un tocco di classe oltre la rete del pregiudizio

Giocare un tennis quasi da uomo, come sviluppo e tattica di gioco se non addirittura migliore qualitativamente di tanti di loro, nella più semplice delle sue accezioni era una cosa impensabile per le tenniste di quel tempo. Eppure Martina Navratilova ci riuscì perché nelle sue vene scorreva il sangue blu della stirpe dei predestinati in cui sguazzavano i geni del talento che conducono al trono del successo un vero fuoriclasse. Mancina, dotata di un ragguardevole gioco di volo abbinato a un servizio ricco di traiettorie ed effetti variabili preparava così l’attacco a oltranza con uno scopo ben preciso: conquistare la rete per impattare di giustezza al volo la pallina in modo che scivolasse via imprendibile oppure ammaestrarla col suo tocco d’artista affinché si adagiasse lemme e beffarda sul campo avversario. Generalmente, a fondo campo invece adattava  la sua rasoiata di rovescio in un colpo d’attesa mentre spingeva con il diritto piatto: sempre pronta a ribaltare l’azione di gioco per trasformare la difesa in offesa come d’altronde suggeriva  il linguaggio del suo corpo.

Tattiche, movenze e soluzioni fino allora poco conosciute e soprattutto scarsamente praticate che fin dagli esordi, Martina mise in mostra come interprete fissa di questo difficile esercizio. Superando tutte le perplessità sul suo futuro tennistico paventate anche da qualche famoso addetto ai lavori, mise anche a bagnomaria le banali malignità di qualche buontempone maschilista e così si accorse che restavano ben pochi detrattori per il suo status di rifugiata politica. Improvvisamente però costoro aumentarono nel 1981, in coincidenza dell’ottenuta cittadinanza statunitense, quando le insinuanti voci di un diverso orientamento sessuale presero  corpo diventando oggetto dei più turpi pettegolezzi e le pressioni dei media la costrinsero ad ammettere pubblicamente una relazione lesbica.

Fu un momento difficile per la venticinquenne affermata tennista dal fisico atletico ma dalla psiche delicata per un carattere formatosi nelle difficoltà di un’infanzia travagliata, che superò grazie alla notevole forza di volontà di non vanificare scelte difficili. Infatti, nel 1975 a diciannove anni confortata solo dalla certezza nelle sue qualità, trovò la forza di credere di più in se stessa: oltrepassò la cappa grigia della cortina di ferro e dalla natia Cecoslovacchia si rifugiò nel giallo sole della libertà chiedendo asilo politico agli USA. Introversa e insicura cominciò pian piano a prendere fiducia in se stessa e della fanciulla spaurita, timida e aggressiva per reazione si persero le tracce allorquando, per la prima volta, a Wimbledon nel 1978 batté il suo opposto contrario: Cris Evert, sino ad allora regina del court col suo gioco intessuto di colpi lineari alternato a barocche trame balistiche per via di un personale rovescio a due mani. Quest’antitesi con la deliziosa, elegante e composta americana ha scritto più di ottanta capitoli indimenticabili nella storia del tennis oltre che instaurare fra le due un sincero rapporto di stima tipo amica nemica.

D’altronde lei ha sempre avuto la capacità di trasformare i nemici in amici, a cominciare dalle avversarie: prima quelle che la ammiravano per il suo stile unico anche se talvolta annichilite dall’alto della sua classe sopraffina; poi quelle che la rispettavano, ma incominciavano batterla visto il suo lento e inesorabile declino e per finire tutti quelli che l’avevano criticata per la scelta discutibile ma necessaria di cambiare radicalmente il proprio modo d’essere e di vivere abbandonando la patria, discriminandola a prescindere per la sua diversità sessuale.
Oggi a quasi sessanta anni Martina Navratilova, più che raccontare un passato dai numeri impressionanti con risultati e titoli da record ai confini con la realtà: ben cinquantanove titoli del Grande Slam, testimonia il suo presente con il coraggio mostrato per sconfiggere due terribili mostri come il cancro e un edema polmonare acuto. Continua così a scrivere il futuro attraverso le sue opere benefiche. Degno lieto fine della favola di una donna che ha saputo battersi contro ottusità politiche, avversarie toste, pregiudizi antichi e soprattutto queste insidiose malattie. Da grandissima tennista qual è stata, annullare match point a ripetizione a tali e diversi avversari é stato esaltante come e più di vincere qualsiasi trofeo: trionfare nel torneo della vita è stato il suo più grande capolavoro.



Vincenzo Filippo Bumbica