Love is love: allora perché ci sono ancora discriminazioni in amore?

Le discriminazioni, di qualsiasi natura esse siano, vanno combattute: questo è un dato di fatto. Tuttavia, non sempre funziona così ed è necessario che si faccia qualcosa affinché la realtà sotto questo punto di vista possa cambiare.

Ne è esempio la campagna social #diamociunamano che ha lo scopo di sensibilizzare sull’approvazione della legge DDL ZAN. Quest’ultima, è vero, non avrebbe motivo di esistere e vorremmo tanto che fosse così.

Se non fosse, però, per i continui casi di violenza per motivi fondati sul sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere e disabilità.

Tutte forme di discriminazione da condannare e denunciare

Le ultime vicende di casi gravi a questo riguardo hanno interessato oggi più che mai l’opinione pubblica, e questo grazie alla viralità offerta dai social.

Si ricorda a proposito, purtroppo, il 31enne che ha aggredito una coppia di giovani ragazzi solo perché omosessuali. O ancora, il caso di Malika, la 22enne cacciata di casa e minacciata in malo modo dalla madre, dal padre e dal fratello, dopo che attraverso una lettera, la giovane aveva confessato di aver intrapreso una relazione con una ragazza.

Al giorno d’oggi la fortuna di questi ragazzi – che si fanno, in tal senso, portavoce di un’intera comunità – è quella di aver trovato nei diversi mezzi di comunicazione, oltre a dei commenti negativi, anche una valida forma di aiuto e supporto.

Si ricorda, però, che le loro esperienze sono solo un piccolo grande esempio di quello che davvero c’è in giro.

Dunque, nella speranza che si possa realmente sbloccare qualcosa, si è deciso di approfondire la questione, con alcune testimonianze che sono giunte alla redazione di Social Up.

Prima di tutto, è necessario sottolineare che la natura di queste forme discriminatorie può assumere diversi aspetti e far male alla persona che ne è vittima in egual modo.

Dalle esperienze sopra citate emergono due questioni, tra le tante, che hanno rappresentato il motivo della discriminazione ricevuta. Ragion per cui, le parole delle esperienze che seguono faranno riferimento principalmente a due domande:

Da un lato, le modalità con cui il loro coming out è avvenuto e le reazioni ricevute a riguardo. Dall’altro, la reazione, che invece i diretti interessati hanno avuto nei confronti delle discriminazioni subite.

Benito, 33 anni.

Il mio primo coming out è avvenuto con le mie amiche più intime durante i primi anni del liceo. Dopo il coming out non ho avuto chissà quali problemi, anzi. Probabilmente in loro ho innescato un senso di sorellanza, in quanto praticamente tendevano a proteggermi. La cosa è rimasta abbastanza tranquilla anche con gli altri, a scuola non avevo grossi problemi, benché non lo ammettessi a chiunque, ma nemmeno lo negavo.

Il vero coming out è avvenuto quando, finalmente, ho deciso di parlarne con i miei genitori. Sebbene fuori avessi la mia vita tranquilla, a casa sembrava sempre che facessi le cose di nascosto, mi sentivo un po’ un ladro. Avevo necessità di parlarne con i miei, temevo la loro reazione.

Oggi è più semplice avere conoscenza di ciò che si è, quando io avevo 14 anni non si utilizzava molto internet, quindi tutto ciò che io sapevo di me era una scoperta vera. Non c’era qualcuno che poteva insegnarti, nessuno sportello a cui rivolgersi, anche se non ne avrei avuto neanche il coraggio. Ho scoperto tutto da solo, e man mano che iniziava a definirmi iniziavo a viverla molto serenamente.

A 17 anni, però, decisi di farmi portare da uno psicoterapeuta, perché il parere di un medico normalmente non è messo in discussione. Una volta fatto ciò, ne parlai con i miei e la reazione non fu per nulla arrogante, anzi ho avuto supporto dalla mia famiglia. Per loro non ero un problema e il bene non sarebbe mai cambiato. Con grande stupore, lo ammetto, non immaginavo che avessero una sensibilità simile, dato che erano completamente ignoranti in materia. Loro, come altri amici e parenti, hanno imparato tutto da me, ad esempio l’importanza di partecipare ai gay pride.

Mi reputo fortunato. Le poche discriminazioni che ho subito si limitano ad incontri con persone estranee, come quando mi ritrovai accerchiato da persone che ironizzavano sul mio eyeliner. Mi sentii indifeso ed in pericolo. 

Nei litigi, invece, il mio orientamento sessuale veniva tirato in ballo anche dagli amici. Per imporre uno stato di forza contro di me, con ironia, leggerezza e ignoranza. Sono cose che ti rendono fragile, perché provengono da qualcuno che non ti ha mai giudicato, però, poi ti fanno capire che “non sono omofobi ma” . Verso chi non si pone il problema, talvolta quest’ultimo è insito, ecco cosa mi ha insegnato la mia esperienza. Non posso negare di aver percepito, anche a lavoro, a volte, il mio orientamento come pregiudicante. Effettivamente, alcuni lavori non li ho avuti per questo.

Ho imparato a tirare fuori anche le unghie, è vero, ma solo per giustizia. Ritengo che le battaglie per i diritti sociali e civili non abbiano colore politico. Non c’è qualcosa di sbagliato, ma solo cercare di far comprendere a chi la pensa in maniera differente il tuo punto di vista come un dato di fatto. L’orientamento sessuale di qualcuno non è qualcosa che si può o deve correggere!

Ad oggi sono molto più propenso alla denuncia contro le discriminazioni, non bisogna avere paura di farlo!

Il coming out più importante è comunque con se stessi, oggi non ritengo sia fondamentale dichiararmi apertamente con qualcuno, se lo capisce bene sennò fa niente, ci sono arrivato col tempo. L’importante è il processo di accettazione di se stessi, non veniamo educati alla pluralità degli orientamenti e delle disforie, invece, quando nel processo cognitivo si riesce a capire che c’è altro al di fuori di quello che ci hanno sempre spiegato, allora lì si innesca una fragilità molto forte, una presa di coscienza.

La più grande discriminazione a me stesso, oggi lo posso dire, l’ho fatta io, quando all’inizio cercavo di reprimermi”.

Elena, 23 anni

La mia realizzazione è arrivata col tempo così come le mie esperienze. Diciamo che il vero proprio coming out, l’ho fatto soltanto con alcune mie amiche e con i miei parenti. Tante mie amiche sono state parte della mia realizzazione, tante persone lo hanno scoperto con me, mi hanno fatto ragionare e sono arrivate insieme a me a scoprire la mia sessualità. Quelle, invece, a cui l’ho detto non hanno avuto, fortunatamente alcuna reazione brutta. Le ho prese a tavolino, l’ho detto in maniera diretta, non ero spaventata. Tra giovani credo ci sia una comprensione maggiore, sapevo in cuor mio che non ci sarebbe stato alcun problema. Avevo voglia di raccontarmi a loro.

C’è chi alle mie parole ha detto “forse lo pensavo già”, altri mi hanno risposto “non c’è niente di male, che bello che sei felice”. Quello che ho sempre incontrato, fortunatamente, anche nell’essere stranite, a volte, è stata tanta curiosità. Anche se mi avevano sempre vista come una ragazza che per anni è sempre stata con ragazzi, non hanno fatto fatica a vedermi sotto un’altra luce. La curiosità è stata la loro reazione principale: capire come, perché…

Il primo coming out più difficile è stato quello con mia sorella. Con lei ho sempre avuto un rapporto tranquillo, ma mai confidenziale. La difficoltà era quella di aprirmi sotto un punto di vista che ancora con lei non avevo mai affrontato: la sessualità. In un primo momento ha provato ad accertarsi in maniera sensibile che la mia non fosse solo un bisogno d’affetto che avevo scambiato per altro. Quando ha capito che il mio pensiero era reale, l’ha accettato con estrema consapevolezza, amore e comprensione. Tra l’altro il nostro rapporto è migliorato tanto.

Per quanto riguarda i miei genitori, invece, con loro ho fatto coming out soltanto quando ho avuto la prima relazione stabile. Sebbene non ci sia niente di male, nel mio caso ho preferito aspettare. Mi hanno sempre visto portare a casa dei ragazzi. Prima di dargli una notizia di questo tipo, non conoscendo la reazione dall’altra parte, ci pensi bene.

L’ho detto prima a mia mamma, la cui reazione mi faceva paura, nonostante non se l’aspettasse, ha reagito abbastanza bene. Ho pianificato il tutto per mesi.

Le sue parole ripetute a mantra sono state “l’importante è la tua salute e la tua felicità”. Nessuna discriminazione. A me sembrava di essere stata in apnea per due minuti, lei era impassibile.

Soltanto, dopo altri sei mesi l’ho detto a mio papà, finalmente, anche se per telefono. Non avevo paura della reazione, ma più difficoltà a trovare un momento d’intimità con lui per parlargli di una cosa che può suscitare reazioni emotive invadenti, non in loro ma in me, e questo mi faceva paura. Lui ha reagito ancora meglio di mia madre.

Fortunatamente, non ho mai subito discriminazioni da parte di persone che conosco, né da sconosciuti.

Spero che questo non succeda mai perché credo che, purtroppo, la prima lotta nel coming out è quella con noi stessi. Io sono cresciuta con un ideale, e sono stata la prima a dovermi ricredere. Ci sono tante difficoltà inconsce che abbiamo nella nostra vita e dover affrontare anche il peso di una società esterna che non solo ti giudica, ma a volte va verso qualcosa di più pesante, è davvero straziante”.

Queste due esperienze, a tratti simili, sono solo due voci di persone che hanno trovato il coraggio di aprirsi agli altri per quello che sono. Il loro è stato un lungo percorso introspettivo, lo hanno detto, hanno dovuto prima affrontare il parere di se stessi prima di dirlo agli altri. Il tutto, però, per riuscire ad essere realmente felici.

Le discriminazioni che siano di tipo fisico o verbale, non importa, non sono un modo di affermare la superiorità di un orientamento sessuale rispetto ad un altro. Al contrario, esse rappresentato – da sempre – una modalità con cui certa gente cerca di ostacolare la felicità altrui. Dunque, se vi è necessità che una legge tuteli tale diritto, è fondamentale che venga approvata. Per un domani dove ogni persona sia libera di indossare il colore che vuole, quando vuole, senza doversi più giustificare perché è felice!



Giulia Grasso