L’influenza dell’appartenenza etnica nella psicologia dei seria killer

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I serial killer di solito prediligono vittime della loro stessa razza, anche quando agiscono in realtà multietniche. Poche sono le eccezioni alla regola, fatte spesso più per depistare le indagini e/o per non attirare l’attenzione dei membri della comunità in cui vivono che per motivi psicologici.

Esempi sono il pedofilo e cannibale Albert Fish che “cacciava” bambini neri perché sapeva che la polizia non si sarebbe preoccupata troppo della loro scomparsa, o Jeffrey Dahmer che per le stesso motivo uccideva giovani afroamericani asiatici, tanto che la polizia di Milwaukee fu accusata di presunto razzismo.

Capita a volte che uno o più “solerti cittadini” si sentano invece in dovere di “liberare” la loro città da chi non è bianco e puro come loro, spesso ispirati da Dio o da qualche demone immaginario e/o immaginato.

Negli anni Settanta un gruppo di “guerrieri ariani” commise un numero ancora imprecisato di omicidi contro le minoranze etniche.

A Cleveland, Frank Spisak, un travestito nazista, uccise due bianchi che era convinto fossero ebrei e un nero, mentre un altro “fan” di Adolf Hitler, Joseph Franklin, si accaniva sulle coppie miste, i neri e gli ebrei.

E l’elenco potrebbe continuare ancora a lungo…

Può capitare anche l’inverso, ovvero credere erroneamente che certi omicidi siano stati commessi per motivi razziali.

A cavallo degli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso ad Atlanta si trovarono i corpi di ventinove bambini, uccisi con diverse modalità (strangolamento, accoltellamento e bastonate) e tutti di colore.

Terrorismo razziale? Di certo si pensò che fosse opera del Ku Klux Klan, invece l’assassino si rivelò un giovane nero psicopatico, Wayne Williams. Finì dietro le sbarre solo per due degli omicidi, che però cessarono del tutto dopo la sua cattura.

Negli USA si può parlare anche di una sorta di “razzismo mediatico”: è vero che in America, essendo la maggior parte della popolazione bianca, i serial killer sono storicamente per lo più bianchi, ma è anche vero che di quelli di colore (o comunque non bianchi) si parla ben poco, anche quando sono prolifici quanto o più degli altri.

In questo modo le loro vittime, anch’esse “non ariane”, hanno meno possibilità di ottenere giustizia, dimostrando che a volte non si è uguali davanti alla legge nemmeno da morti.

Le cose potrebbero però presto cambiare. Rispetto al passato c’è infatti una maggiore attenzione ai crimini seriali commessi da assassini non di razza bianca.

Ormai è noto che dal 2001 al 2011 per esempio la percentuale di serial killer afroamericani negli USA è stata del 77,2% – contro una media storica del 37,4% (fonte: PI Magazine, gennaio/febbraio 2012) – e questo dato in controtendenza potrebbe aiutare a sfatare certi “miti” ormai consolidati e aiutare le autorità (e i parenti delle vittime) a ottenere giustizia.

Fonte: Telanera.com