La pietrificazione: tecnica poco conosciuta usata nel XXI secolo

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Varie sono le  forme di conservazione di resti anatomici ma quella che tutt’oggi suscita stupore e incredulità è la cosiddetta “pietrificazione”. Alcuni grandi scienziati hanno portato questo procedimento ad impensabili livelli, e si tratta principalmente di una tecnica tutta italiana.

Girolamo Segato (1792-1836) , nato nel bellunese, iniziò a realizzare una sua collezione di oggetti naturalistici quando era ancora un ragazzino, cominciando con semplici vestigia di animali raccolte durante le sue escursioni sulle Dolomiti, che fecero nascere in lui la passione per la natura e le sue forme. In seguito durante un viaggio in Egitto, si trovò ad esaminare e studiare numerose mummie, arrivando ad elaborare alcune personali teorie sul processo di mummificazione a cui erano state sottoposte. Così, tornato in Italia, cominciò ad elaborare alcune tecniche per la migliore conservazione dei corpi dopo la morte.

Mediante la  “mineralizzazione” Segato riusciva a conservare le mummie da lui lavorate in modo pressoché perfetto, arrivando persino in alcuni casi a rendere  il colore naturale e l’elasticità dei tessuti. Gran parte delle sue pietrificazioni sono giunte intatte fino ai giorni nostri, e sono conservate all’interno dell’Università di Firenze.

Al di fuori della comunità scientifica  pochi si resero conto dell’importanza del suo lavoro fu infatti accusato di stregoneria, gli fu  negata ogni richiesta di finanziamento per la sua ricerca. Segato costruì un incredibile tavolo,  che conteneva  preparati pietrificati e incastonati nel legno, e lo offrì al Granduca di Toscana per impressionarlo. Quando anche quest’ultimo rifiutò di sostenerlo economicamente, l’anatomista bruciò tutti i suoi appunti e le sue carte, portando con se nella tomba il segreto del suo metodo straordinario.

Ad usare una tecnica simile fu Giovan Battista Rini (1795-1856), originario di Salò, che utilizzò una miscela di mercurio ed altri minerali (potassio, ferro, bario e arsenico) per preservare il sistema sanguigno e i tessuti dei cadaveri: queste mummie sono oggi oggetto di studi da parte di un team italo-tedesco capitanato dall’antropologo forense Dario Piombino-Mascali, ricercatore dell’Accademia Europea di Bolzano (EURAC).

Un altro “pietrificatore” fu Paolo Gorini (1813-1881), di cui conosciamo per fortuna alcune delle sue tecniche, scoperte nel suo archivio,  per i suoi preparati usava vari metodi,  ma la formula di base consisteva in un’iniezione di bicloruro di mercurio e muriato di calce direttamente nell’arteria e vena femorale; dato il numero delle successive iniezioni e delle “disinfezioni”, il processo era lungo, costoso ed estremamente tossico per chi lo praticava.

Efisio Marini (1835-1900) riusciva a pietrificare addirittura il sangue:  l’aneddoto che racconta ci spiega che, venuto in possesso del sangue di Giuseppe Garibaldi raccolto sull’Aspromonte, dopo averlo sottoposto a delle sue tecniche  ne riuscì ad ottenere  un medaglione che poi regalò a Garibaldi stesso, il quale lo ringraziò con lettera ufficiale. Pur  divenuto celebre grazie alle sue pietrificazioni (ci resta in particolare una mano di giovane fanciulla perfettamente conservata all’Università di Sassari), Marini non volle svelare a nessuno le sue formule, e finì la sua vita in povertà, evitato da tutti per via della sua sinistra paranoia.

Concludiamo con Francesco Spirito (1885-1962)  Medico e presidente dell’Accademia dei Fisiocritici di Siena, ove tutt’oggi è conservata la collezione dei suoi preparati.  Il suo segreto è la soluzione di silicato di potassio, grazie alla quale “la massa assume un aspetto ed una consistenza lapidea  in quanto evaporando lascia che la massa diventi vetrosa trasparente”. Durante la procedura, il pezzo è fissato con dei  fili opportunamente sistemati, in modo che le singole parti  rimangano nella posizione voluta.

Con le attuali tecniche, come ad esempio la plastinazione di Von Hagens, la pietrificazione risulta ormai obsoleta; ma è una delle testimonianze di un’epoca stupefacente in cui erano i singoli sperimentatori che, rinchiusi nei loro studi assieme ai cadaveri,  mettevano a punto queste formule  facendo in modo che arrivassero sino a noi.