Iran attacca gli USA e Trump non sa che pesci prendere

Se sei il Presidente degli Stati Uniti ieri non è stata la tua migliore giornata di lavoro. Difficile pensare che questa notte Donald Trump abbia dormito sonni tranquilli quando sulla coscienza pesano decine di vittime militari dopo il bombardamento di 22 missili balistici Qiam 1 e Fateh in due basi militari in Iraq. 

I pensieri confusi e i Tweet schizofrenici ci fanno capire che non si sa che pesci prendere a questo punto. Allora cosa fare? Rispondere e scatenare un nuovo conflitto in medio oriente o tentare una mediazione diplomatica? L’annosa questione non trova proprio risposta, Donald Trump non si piega e difende a spada tratta il comportamento dell’intelligence americana, dal canto loro l’ayatollah Khamenei e il presidente iraniano Rouhani hanno dichiarato “Gli americani devono lasciare la regione” e il secondo: “Taglieremo le gambe agli Stati Uniti”. Niente mezzi termini, insomma, per una regione che da qualche anno soffre più di tutti la presidenza Trump.

Facciamo qualche passo indietro fino al 3 Gennaio data funesta in cui il Presidente americano ha dovuto decidere senza mezzi termini quante vite avrebbe dovuto sacrificare per ucciderne una. Ebbene sì, i giornali parlano tanto della morte del generale Qassem Suleimani, tuttavia, il focus centrale della nostra attenzione dovrebbe vertere sul vero destinatario del drone USA: Abu Mahdi Al Muhandis, leader delle milizie filo-iraniane Kataib Hezbollah.

Era stato Al Muhandis a impartire l’ordine alle forze di mobilitazione popolare Hashd Shaabi (una coalizione di paramilitari sciiti, nata nel contesto della guerra civile irachena contro l’ISIS) di assaltare l’ambasciata americana di Baghdad nei giorni scorsi. 

Chi era Qassem Suleimani e perché la sua morte ha scatenato le ire dell’Iran

Soleimani era uno degli uomini più potenti della Repubblica Islamica, un punto di contatto tra vari mondi profondamente ostili verso gli Stati Uniti. Il generale risultava innanzitutto la figura di riferimento per i pasdaran: secondo quanto riporta l’intelligence militare americana le Forze al Quds – il nome arabo della città di Gerusalemme – sono l’unità delle Guardie della rivoluzione islamica (o Pasdaran) incaricata di condurre operazioni di guerriglia e di intelligence all’estero. Danno supporto a numerosi attori non statali in tutto il Medio Oriente – dal Libano all’Afghanistan, dall’Iraq alla Palestina – e sono ritenute responsabili di azioni terroristiche e di spionaggio. 

Gli Stati Uniti hanno giustificato lo strike mirato in Iraq con la necessità di proteggere il proprio personale all’estero, in particolare in Iraq, da potenziali attacchi. Non stupisce questa dichiarazione del Pentagono e della Presidenza, infatti, dopo l’11 settembre 2001 gli Stati Uniti si sono mossi senza mezzi termini contro ogni forma di terrorismo internazionale. Dietro però tutto questo spirito nazionalista si nasconde sempre il vile denaro, in realtà gli Stati Uniti hanno colto l’occasione una volta ritirati dall’accorso sul nucleare di sanzionare Teheran per limitarne l’ascesa economica essendo il secondo produttore di petrolio al mondo.

Come andrà a finire in Medio Oriente?

Difficile fare delle previsioni, gli analisti sono un po’ in disaccordo su parecchi punti, c’è chi inneggia al nuovo conflitto internazionale chi si dimostra più cauto con le affermazioni riservando un commento dopo una reale mossa americana. Entrambi i Paesi continuano, nonostante i toni accesi, a sostenere di non volere innescare un nuovo conflitto in oriente e di voler porre fine a queste guerre senza fine. Come ha scritto Peter Baker del New York Times “Se anche il Pentagono non sa se occupare o lasciare l’Iraq, potrebbe essere difficile incolpare il resto del mondo per essere un po’ confuso sulla strategia del presidente Trump in Medio Oriente. Mentre i missili iraniani sono caduti sulle basi americane martedì come ritorsione per l’attacco dei droni della scorsa settimana che ha ucciso il più potente generale dell’Iran, l’amministrazione si è arrampicata per spiegare la sua missione e i suoi obiettivi nella regione in mezzo a una mescolanza caotica di dichiarazioni contrastanti, segnali incrociati e messaggi misti”. Durante il discorso di Trump nel pomeriggio di ieri, il Presidente si è rivolto “al popolo e ai leader iraniani” affermando che “Gli Usa sono pronti ad abbracciare la pace” con l’Iran. Pochi secondi prima però le parole contro il comportamento dell’Iran sono state durissime: “Se il regime iraniano continuerà a rinfocolare le tensioni in Medio Oriente, non ci sarà pace nella regione. Gli Usa imporranno nuove sanzioni […] Finché sarò presidente l’Iran non avrà armi nucleari”. “Sembra che l’Iran abbia indietreggiato”, ha detto un Trump soddisfatto, “nessuno dei nostri soldati è stato colpito” forse ad essere stata colpita è la centenaria storia della politica americana anche lei lacerata dalla scure del populismo.

Povero popolo americano implicato nell’ennesima guerra senza vincitori…



Claudia Ruiz