Intervista a Silvia Berri, una donna che ispira le donne

Ho “scoperto” Silvia Berri per caso, grazie ad Instagram. Ricordo di una sua foto, con un look pazzesco, apparsa nella home del mio profilo. Quando la vidi pensai “Wow”. Il mio stupore non era dato solo dall’outfit che la signora indossava: in quella foto c’era molto di più. Il suo sorriso ed i suoi occhi così ricchi di entusiasmo erano contagiosi. Ho iniziato a seguire il suo profilo, dove si diverte a raccontare le sue giornate e a postare look fashion, ed ho scoperto che Silvia Berri è una perla rarissima da trovare, soprattutto nel mondo dei social. Manager e madre (di due gemelle e di due dolcissimi cani) lavora da sempre nel mondo della comunicazione e del marketing.

Le sue caratteristiche più belle? Ha un entusiasmo così forte ed una semplicità quasi disarmante per una donna della sua cultura e del suo spessore. I suoi racconti su Instagram sono così coinvolgenti da pensare di essere sul divano di casa ad ascoltare un’amica. Durante il lock-down ha intervistato medici, avvocati, giornalisti, ha raccontato spaccati di vita e dato voce a moltissime realtà. Supporta il Made in Italy, l’unicità e l’artigianalità. Una donna eclettica che ispira le donne non solo per il modo di vestire, ma soprattutto per il modo di affrontare la vita, con coraggio e positività.

Fa parte della Fondazione Umberto Veronesi Crew, ed è molto attiva nel sociale. L’importante per lei è fare, “metterci la faccia” per sostenere la ricerca, qualsiasi essa sia, perché la ricerca ha bisogno di fondi per poter andare avanti.

Silvia, lei è la Responsabile della Comunicazione e della Promozione al CEI – Comitato Elettrotecnico Italiano, un’associazione privata con riconoscimento di diritto pubblico da parte dello Stato italiano e dell’Unione Europea. In cosa consiste il suo lavoro?

Il mio lavoro al CEI non è un lavoro tecnico. Noi abbiamo a che fare con le norme del settore elettrotecnico, elettronico e delle telecomunicazioni. Io mi occupo di comunicazione, di promozione dell’informazione tecnica, di organizzazione di eventi formativi rivolti ad ingegneri ed operatori del settore, che hanno lo scopo di diffondere la cultura della sicurezza elettrica: sia verso i tecnici, gli ingegneri, coloro che lavoro nelle aziende e che devono conoscere la normativa, sia verso il consumatore. Anche quest’ultimo deve essere sensibilizzato. Una casa sicura mette in sicurezza te, i tuoi figli, i tuoi genitori, ma anche i tuoi vicini. Quindi anche gli altri consumatori. Il nostro patrimonio edilizio è per la maggior parte stato costruito tra gli anni ’50 e ’60. Gli impianti elettrici sono vecchi e vetusti ed hanno necessità di essere aggiornati in base all’evoluzione normativa. Le case costruite in quegli anni vedevano la lampadina ed il frigorifero come il massimo uso in ambito elettrico. Ad oggi abbiamo i piani ad induzione, l’aria condizionata, la domotica, gli impianti di allarme, il Wi-fi. L’impianto elettrico deve conseguentemente adattarsi a queste novità ed essere soprattutto sicuro. Noi, al CEI, ci occupiamo di questo, di sicurezza, ma anche di reti elettriche in Italia, di impatto ambientale, di campi elettromagnetici e dell’effetto che hanno sull’uomo. Non solo salute ambientale, quindi, ma anche salute pubblica. Non c’è solo il Covid-19. Ci sono anche altre malattie o disturbi che si possono creare se la corrente elettrica nella quale noi viviamo non è utilizzata, installata e mantenuta secondo le norme che i miei ingegneri al CEI studiano. Io mi occupo della comunicazione. Qua al CEI abbiamo creato profili su social media come Facebook, Instagram, Twitter, Linkedin. Una persona che si occupa di comunicazione non può fare a meno di comunicare anche attraverso questi nuovi canali social.

A suo avviso il nuovo modo di fare comunicazione grazie ai social media può aiutare i privati ad avvicinarsi a questo “mondo”?

Recentemente abbiamo fatto una conferenza stampa con Prosiel dove era presente il Comandante dei Vigili del Fuoco di Brescia. Ha raccontato che incendi o guasti elettrici spesso sono causati dall’errore umano. I social hanno aiutato e stanno aiutando nella comunicazione relativa a queste tematiche. Le reti televisive non hanno quasi mai trattato il corretto uso dell’energia elettrica, nonostante profilassero un interesse pubblico, in quanto i costi per affrontare la tematica sarebbero stati molto elevati. Se io immetto sul mercato un frigorifero non immetto solo un bene. L’azienda che l’ha prodotto lo ha fatto sulla base di norme internazionali – grazie alle quali può essere commercializzato sia in Italia che all’estero – che lo hanno reso un prodotto sicuro e di qualità.  Grazie ai social noi arriviamo a casa del consumatore, superando quei limiti che c’erano in precedenza. E’ sempre stato molto difficile formare il consumatore a livello nazionale grazie alle reti televisive. I costi sono troppo elevati. Il CEI è un’associazione senza scopo di lucro, non avrei budget per sostenere comunicazioni di questo tipo. Durante il lock-down abbiamo utilizzato i social anche per fare convegni, quindi per la formazione. Se i social sono utilizzati in maniera intelligente, sono uno strumento bellissimo per fare comunicazione. La comunicazione nel tempo si è modificata ed è necessario rendersene conto: si deve avere la capacità e l’opportunità di cogliere al momento giusto quello che la tecnologia ti mette a disposizione.

Ha un ruolo dirigenziale in un settore prettamente maschile. E’ stato difficile in quanto donna?

E’ stato difficile perché io ho iniziato 25 anni fa. All’epoca, dove lavoravo, non c’erano i bagni per le donne dirigenti. Non era prevedibile che una donna potesse avere quel ruolo. Ad oggi le donne sono estremamente preparate e riescono a raggiungere livelli dirigenziali. Al CEI, ad oggi, siamo forse più donne che uomini. E’ ovvio che non siamo un’azienda padronale, siamo un’associazione collegata a livello internazionale con standard molto elevati. Per me è stato difficile in quanto donna, con due figlie gemelle e non nascondo di aver subito un po’ di mobbing. Quelli sono stati tempi veramente duri. Ma adesso è diverso. Noi al CEI cerchiamo di favorire persone che hanno figli piccoli a casa attraverso il telelavoro. Venti anni fa la società era diversa. Era strano che una donna con due figlie piccole facesse carriera. Ti dicevano “ma perché non stai a casa a fare la mamma?”. E invece no. Perché sono donna, perché sono milanese. Giorni fa sono stata alla presentazione del libro La milanese di Michela Proietti (edito da Solferino). La milanese lavora, lavora sempre, per status, non per necessità. Alla mia età è più bello essere seduta in Consiglio di Amministrazione, che non andare a fare shopping in Via Montenapoleone. Per me è molto più gratificante essere seduta alla mia scrivania, con i miei collaboratori ed essere intervistata da lei. Questo è quello che volevo fare, quello che sognavo di fare. Quando sono arrivata 22 anni fa al CEI non c’era il settore della comunicazione. Ad oggi ci sono circa 10 persone, tutti giovani, assunti a tempo indeterminato, che si sono potuti sposare, che hanno comprato casa, che hanno avuto dei figli, che grazie al CEI hanno una stabilità economica. Ho contribuito nel mio super piccolissimo a creare lavoro. Questo è il mio più grande obiettivo. Creare lavoro. Ho sempre assunto neo-laureati che ho formato, trasferendo le mie competenze, il mio know-how agli altri.

A causa dell’epidemia da Covid-19 si è sviluppato anche in Italia l’uso dello smart-working. Pensa che sia un valido strumento che meriti di essere utilizzato anche quando la situazione epidemiologica sarà rientrata?

Il telelavoro, se fatto bene ed in modo intelligente, è auspicabile. Noi al CEI lo facciamo per uno o due giorni a settimana. E’ utile perché si risparmia sul cibo, sull’uso della macchina, dei mezzi pubblici. Si inquina meno. L’importante è lavorare, ma ovviamente se si è persone per bene non c’è neanche da porsi il problema.

Il suo profilo di Instagram conta quasi 80.000 followers. Un numero piuttosto elevato. La maggior parte sono donne, di diverse fasce di età, che vedono in lei un esempio da seguire. Non parlo semplicemente di una blusa da acquistare, ma di un approccio alla vita, allo studio, al lavoro. Come si sente ad essere diventata d’ispirazione, un esempio da seguire per molti giovani donne?

Da quello che vedo e che mi dicono e mi scrivono, non è la blusa o la collana, è il modello ispirazionale di vita. Io non sono la casalinga che a 50 anni si è messa a fare l’influencer. Io sono una donna con un passato di vita molto intenso ed esperienze impegnative, ma sono qui a raccontarlo su Instagram con leggerezza. Il messaggio che voglio dare è che se io ce l’ho fatta ce la possono fare in tante. E’ un modello che alle donne piace ed è un’ispirazione per le giovani donne. La positività premia, e io non me la tiro. Che è fondamentale. A Milano cresci in mezzo alla bellezza, alla moda. Ho fatto il Liceo Classico A. Manzoni e ricordo che vicino alla mia fermata del tram c’era la boutique Biffi. Io rimanevo lì incantata a guardare la vetrina. A Milano cresci così. Sono convinta che quello che premia sia il modello di vita che io ho scelto di condurre. Io mi sono molto sacrificata sia per le miei figlie che per il mio lavoro. Tornavo a casa dall’ufficio ed il tempo libero lo dedicavo tutto alle gemelle. E’ durissima per una donna riuscire a conciliare tutto, ma ce la si può fare, ce la si deve fare!

Dirigente, giornalista, mamma e anche Brand Advisor. Immagino che le sue giornate siano piuttosto impegnative. Come riesce a destreggiarsi tra i suoi mille impegni?

Riesco a conciliare tutto perché lavoro 16 ore al giorno. Dormo 5 ore, il resto lavoro. Ho ottimi collaboratori sia in ufficio che a casa. Il saper delegare ed il sapersi organizzare sono fondamentali.

Prima della pandemia viaggiava molto, sia per lavoro che per piacere. Ricordo alcuni suoi video su Instagram dove consigliava alle sue followers cosa mettere in valigia. Quali sono i “trucchi” di Silvia Berri per una valigia smart e fashion?

I segreti per la valigia dell’esperta viaggiatrice sono: in primis avere sempre la trousse da viaggio già pronta con tutti i prodotti travel size (così da non dimenticare mai niente), un ombrellino da viaggio (fondamentale!), e poi scegliere una base colore per i propri outfit su cui far girare tutti gli accessori. Non dimenticare mai una t-shirt e una blusa bianca che si abbina su tutto. In questo modo la valigia si prepara in tre minuti. L’importante è non scegliere troppi colori.

Cosa direbbe ad una giovane donna che è indecisa tra la propria carriera lavorativa e la propria famiglia?

Non esiste la scelta. Si fanno entrambe le cose impegnandosi al massimo. Io pur lavorando sono sempre stata presente nelle vite delle mie figlie, che sono state molto curate. Chi fa una scelta, fa una scelta perdente. Ci sono donne che si tengono i matrimoni infelici, che hanno rinunciato ad avere un impiego 20 anni fa a causa dei figli e che adesso vorrebbero tornare a lavorare ma sono fuori dal mondo del lavoro che non è più quello di 20 anni fa. Le donne e le mamme che lavorano danno un esempio concreto ai propri figli. La vita è questa. Io sono contenta di questa vita, ed è di esempio per le mie figlie femmine.

Ha un sogno nel cassetto che vorrebbe realizzare?

Io ho realizzato tantissimo. Non oso chiedere nulla di più di quello che ho. Sono felicissima così. Rimanere così è già tantissimo. Il mio sogno è che le mie figlie si realizzino così come mi sono realizzata io. Oggi vorrei tornare a viaggiare e vorrei che anche le mie figlie potessero viaggiare ed essere libere nel mondo.



Sharon Santarelli