Intervista a Gimbo: l’album “Come l’uomo della luna” tra pandemia e sogni

“Come l’uomo della Luna” è il titolo del nuovo album del cantautore romano Giampietro Pica in arte Gimbo, disponibile da venerdì 26 febbraio in tutte le piattaforme digitali e pubblicato da Redgoldgreen Label.

Un disco andata e ritorno come un viaggio, un percorso dove ognuna delle undici tracce è un punto di partenza e arriva a quella successiva in punta di piedi. Quasi un concept album con una linea netta tracciata dal viaggio, dai sogni e dalle speranze.

Tanti anche gli ospiti presenti sul disco, musicisti che portano in dote il retroterra artistico e culturale dove Gimbo è maturato. Il jazz di Fabrizio Bosso e Javier Girotto attraversa deliacamente le tracce, dove compaiono anche Rastablanco e Giulio Ferrante provenienti dal mondo reggae di Radici nel Cemento, i ritmi in levare di Raina dei Villa Ada Posse e la tastiera di Francesco Bellani (già con Calcutta, I Cani, Giorgio Poi tra gli altri).

In occasione dell’uscita dell’album, abbiamo intervistato Gimbo che ci ha raccontato ogni aspetto del progetto discografico.

Gimbo, “Come l’uomo della Luna” è il tuo nuovo album. Perché questo titolo che riporta all’idea di un uomo che supera i suoi limiti? 

In effetti, pensando all’uomo della luna lo si potrebbe immaginare proiettato oltre qualcosa. Alcune volte superando le proprie paure, altre volte veri e propri confini. Nel disco c’è un passaggio – nel brano “Come l’uomo della luna” – in cui dico “canto la storia dell’uomo che si illude pronto a stupirsi se l’acqua spegne la sete, che sia sicuro o incerto prima o poi sorride, magari vedrà un segno tra le stelle infinite…”. Ecco “l’uomo della luna” vive di questo entusiasmo.

 Mi racconti quale lavoro è stato fatto sui testi e sugli arrangiamenti?

È stato un lavoro nel tempo. Per quanto riguarda i testi, c’è stata una prima stesura, con una versione anche più personale ed introspettiva, cui è seguita una rilettura per limare alcuni passaggi e renderli più diretti. In effetti, parlando di un viaggio, volevamo far immedesimare il più possibile. È anche vero che alcuni temi toccati sono pura esperienza sensoriale a volte impossibile da rendere, faccio un esempio per tutti: in “Rivive un sogno” racconto un rito sciamanico, le visioni durate una notte intera, l’impatto sulla realtà della fantasia. Non è stato facile rendere alcune emozioni. Per quanto riguarda gli arrangiamenti, volevamo trasmettere il senso del viaggio e della musica del Mondo. Partendo dal mio background tra blues, rock e reggae volevamo rendere omaggio a diverse sonorità. Così abbiamo deciso da dove partire, dall’intreccio di corde di vari strumenti (chitarre classiche, acustiche, elettriche, charango, banjo, lira cretese, ukulele) con la voce, passando per le ritmiche e sfiorando tanti stili musicali del Mondo. Tutti i musicisti e gli artisti che hanno collaborato al disco hanno, poi, dato un contributo fondamentale in questo senso.

Il disco vanta collaborazioni con altri artisti. Come sono nate e perché proprio loro?

Riallacciandomi al discorso precedente, posso dire che, in effetti, le collaborazioni sono state decise direttamente dai brani. Ascoltandoli e decidendo quali avrebbero, poi, fatto parte del disco è venuto da se chiedersi di cosa e di chi avessero bisogno. Parliamo di quel momento che è il primo ascolto dei brani grezzi ancora non adeguatamente arrangiati. A quel punto abbiamo pensato alle ritmiche, alle percussioni, agli strumenti, ai fiati, alle voci e agli ospiti. L’aspetto che più mi ha entusiasmato è che i musicisti e gli artisti provenivano da scene musicali diverse, così tutti avrebbero potuto trasmettere qualcosa del loro bagaglio e della loro originalità. Così Fabrizio Bosso e Javier Girotto dal jazz (dal gusto anche latin), Rastablanco, Giulio Ferrante e Raina dal Reggae e Frankie Bellani dall’indie. Questa cosa mi è piaciuta molto. Il disco quasi come punto di ritrovo di molti da diverse direzioni.

 La pandemia ha influito sulla realizzazione e sul contenuto del disco? Se sì come?

Il disco è stato pensato e realizzato, nel suo complesso, relativamente prima a questo periodo di difficoltà. Pertanto, i contenuti non sono “dedicati” ai temi ricorrenti che ci accompagnano da un po’. Però è innegabile che l’ultima fase realizzativa, intendendo così quella legata al “come” promuovere e proporre il disco, ne è stata fortemente condizionata. Basti pensare che il disco poteva “uscire” già nel 2020 e così non è stato. Vi lascio immaginare le difficoltà nel programmare qualsiasi tipo di iniziativa legata a promozione radio (in presenza) e live.

Come ti stai rapportando a questo nuovo modo di vivere?  

Musicalmente continuo a scrivere e ad impegnarmi sul progetto. La musica è un catalizzatore di energie che danno una direzione e un senso. Devo dire, poi, che l’uscita del disco riempie abbastanza la testa e distoglie l’attenzione da tensioni che comunque esistono.

 Secondo te, per essere oggi come l’uomo della Luna, quali limiti dovremmo essere in grado di superare, anche socialmente?  

L’uomo della luna, come detto, lo considero un entusiasta della vita, un sognatore e questa non è una società ben disposta nei confronti dei sognatori. Oggi, sembra che l’uomo debba essere sempre teso al raggiungimento di obiettivi concreti e questo fatto, spesso, ci mortifica. I Lakota Sioux dicevano che “l’uomo diventa quello che sogna”. Ecco, forse, per capire quali limiti dovremo superare in futuro, bisognerà rispondere a una domanda semplice: ”cosa sogna oggi l’uomo…?”.



Sandy Sciuto