Intervista a Francesco Gabriele: Blue Hollywood al Gold Elephant di Catania

Francesco Bellia

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Attore e regista, Francesco Gabriele,  ha presentato alla Settima edizione del Gold Elephant World di Catania il suo film Blue Hollywood,  che, in concorso come miglior lungometraggio, ha vinto il premio Gold Elephant come miglior film Giuria Giovani: una pellicola che, con tratti autobiografici racconta le difficoltà di due giovani attori, un italiano (Francesco Gabriele) ed una inglese (Helen Watkinson), che si confrontano con il mondo di Hollywood. Il film ha ricevuto il Gold Elephant come miglior film Giuria Giovani.

Di seguito la nostra intervista con l’autore

Ciao Francesco, è un piacere averti qui con noi al Gold Elephant World di Catania. Parliamo innanzitutto del film che presenti in concorso “Blue Hollywood”. Di cosa parla?  

La storia di Blue Hollywood ha molti elementi autobiografici perché parla di due ragazzi che hanno deciso di lasciare il posto da cui vengono, la loro terra, per trasferirsi a Los Angeles e cercare di raggiungere i loro sogni. Io personalmente ho studiato lì, vi ho vissuto tre anni e adesso sono più di 10 anni che non vivo più in Italia, quindi è una realtà che conosco bene.  Adesso mi dedico soprattutto alla regia, è quello che faccio come lavoro, ma il mio background riguarda in primo luogo recitazione: anche a Los Angeles avevo studiato all’American Accademy of Dramatic Arts.

 Da qui l’idea del film Blue Hollywood: girare una pellicola sulla recitazione, su giovani attori che cercano di intraprendere questo mestiere. Volevo raccontare un po’ la realtà che si respira ad Hollywood, anche se con leggerezza; la fase di chi è in cerca di impiego come attore, perché magari tutti vedono solo la punta dell’iceberg: i festival, il glamour, la parte più bella; ma il 90% del lavoro è costituito da porte in faccia e rifiuti. Ovviamente il personaggio di Alessandro, che interpreto nel film, è diverso da me, ma le mie esperienze hanno senz’altro influito sulla sua costruzione, lo stesso vale per il personaggio di Celeste, interpretato da Helen Watkinson.

Cosa ci dici invece del tuo cortometraggio “Italian Miracle”? 

Helen Watkinson e Francesco Gabriele in una scena di Blue Hollywood

E’ stato un cortometraggio che mi ha aperto molte porte e che mi ha permesso poi di fare questo film. Penso che il team dietro Blue Hollywood sia per la maggior parte simile, per esempio c’è lo stesso direttore della fotografia, ma anche, per la parte girata a Londra, lo stesso sound recorder, Vincenzo Tripoli, recentemente nominato al David di Donatello. Per quanto riguarda l’origine di Italian Miracle, questo deriva da un discorso totalmente diverso: volevo raccontare una storia che era nata quasi per gioco quando qualche anno fa con la mia ex ragazza americana eravamo in giro per Los Angeles. Eravamo bloccati nel traffico e tra un chiacchiera e l’altra fantasticavamo sul discorso di trasferirci in un paesino sperduto, senza macchine né il caos della città. E in questa fantasticheria, di questa vita di paese, dato che lei era molto religiosa e si confessava ogni settimana, a lei venne da chiedersi, ma cosa succederebbe se il prete che raccoglie la confessione non parlasse inglese. Da qui è nato lo spunto per il film, raccontando l’ambiguità della traduzione dall’inglese all’italiano, riferita in questo caso ad una confessione. La pellicola è entrata ormai in quaranta festival e avuto molti riconoscimenti.

Italia ed Estero. Se dovessi fare un bilancio, dove ti sei trovato meglio e quali sono secondo te le differenze?

Ci sono tanti fattori da considerate. Da un punto di vista lavorativo, non è assolutamente un fatto di snobbismo lavorare fuori, ma una questione di necessità, perché, io avevo provato anche qui in Italia, avevo studiato alla Scuola di Arte Drammatica Teatro Azione, prima di trasferirmi a Los Angeles e laurearmi li, e devo dire che in Italia gli sbocchi, essendo comunque un’industria molto piccola se paragonata alle major di Hollywood, sono pochi.  E’ molto difficile trovare il proprio spazio, si sgomita tanto e c’è molto clientelismo, più che da altre parti, e meno meritocrazia. Da un punto di vista lavorativo, quindi, dico che mi sono trovato meglio fuori dall’Italia, nel senso che qualsiasi cosa è accessibile molto più facilmente, la burocrazia è molto più lunga per fare cinema, ma comunque è tutto strutturato. Poi ci sono pro e contro: io sono italiano, la mia lingua è italiana e l’inglese rimane comunque una seconda lingua. Da straniero devi fare molto di più degli altri per stare allo stesso livello. E’ completamente diverso il modo in cui vieni visto dagli altri e anche come percepisci le altre persone. Per fare un esempio è interessante vedere come il pubblico italiano risponda diversamente, rispetto a quello inglese rispetto al mio film Blue Hollywood: battute che qui fanno molto ridere, lì passano in secondo piano e viceversa. Anche la comunicazione è diversa. Da poco ho cominciato ad insegnare all’Accademia del Cinema e della Televisione a Londra e vedo che tante volte ci sono incomprensioni linguistiche, nonostante siano quasi 10 anni che lavoro lì. Tirando le somme direi che girare in italiano è più semplice, ma dal punto di vista pratico, organizzativo a Los Angeles hai molto più accesso a tutto.

E per quanto riguarda la creatività? E’ più premiata all’estero secondo te? 

E’ un discorso molto complesso, però diciamo che il discorso della creatività è molto relativo ai soldi, nel senso che se non sei anche nell’arco produttivo,  più soldi hai dai produttori, meno potere creativo hai, perché dipendi di più dalla produzione. In un film indipendente, come Blue Hollywood, invece, hai il 100% del controllo. Puoi fare le scelte che vuoi, nel bene e nel male. Però, nel film indipendente, le scelte sono dettate anche da motivi di budget, soprattutto se rapportate ai mezzi tecnici che puoi utilizzare. Anche a me per Blue Hollywood è capitato di ripensare alcune scene, che se avessi avuto altre apparecchiature, probabilmente avrei girato in diverso modo.

Come attore hai partecipato anche al Set di Alcuni Episodi di CSI…

Sì tempo fa. E’ stata un’esperienza tra l’altro bellissima perché impari veramente come funziona un set immenso come quello di CSI. Come regista penso sia l’obiettivo di chiunque poter arrivare ad un livello del genere, in una produzione seriale di tale portata.

 Grazie per essere stato con noi