Credits: Freaky Deaky

Intervista a Fabio Florido: identikit di un dj cosmopolita

Abbiamo avuto la fortuna di fare quattro chiacchiere con Fabio Florido, noto dj e producer italiano, molto apprezzato e stimato sulla scena techno mondiale. Fabio, 33 anni,  originario di Prato, ha avuto sin da giovane la passione per la musica, fino a farla diventare il proprio lavoro.

Dopo aver trascorso parte della sua vita tra Italia, Gran Bretagna e Spagna, oggi si trova a Berlino, per continuare a coltivare la propria arte.

La passione, la costante voglia di mettersi in discussione ed il suo essere cosmopolita hanno permesso a Fabio di diventare uno dei dj più stimati ed apprezzati della scena musicale.

Qual è il percorso che ti ha portato a diventare uno dei produttori italiani più importanti?

Sicuramente è stato molto importante iniziare a ballare e a fare esperienza nel mondo della notte da giovane. Quindi sono sempre stato un osservatore, anche se all’inizio non pensavo di voler produrre e suonare a livello di professione. In quegli anni ho assimilato tante emozioni dalla pista, focalizzandomi su cosa provocava in me quella musica e gli effetti sulla vita intorno a me.

In alcuni nuovi producers vedo il fatto che gli manca di andare a ballare e quando si inizia a lavorare ci si dimentica di andare a ballare e penso sia molto importante. Poi anche grazie alle esperienze nel mondo. Ho vissuto 4 anni a Londra, altri 4 a Ibiza, adesso 5 a Berlino, quindi ho immagazzinato tanto, che mi ha permesso di fare la musica che più sentivo mia.

Fondamentale anche il conservatorio quando ero piccolo, dove ho imparato a suonare il pianoforte e la tecnica musicale.

Come è strutturato l’iter che porta alla nascita di un tuo pezzo?

Dipende da molti fattori, essendo pieno di hardware, plug-in, ecc. si è in un mondo in cui si può anche perdere. Parto sempre dalla linea del basso, che poi si allaccia al kick-drum. Ultimamente mi sto informando tantissimo sulle frequenze, sulle potenzialità, poiché ora più che mai sappiamo che la musica ha un potere enorme.

Ovviamente dipende anche dal mio mood di giornata. Ogni accordo corrisponde ad una frequenza, ogni frequenza corrisponde ad un chakra. La musica, a seconda della frequenza che tocca, provoca un’emozione diversa nella gente e in noi stessi.

Quindi parto dal basso, decidendo la frequenza, andando poi su kick, ecc. Mi soffermo particolarmente sull’armonia del tutto.  A parte la partenza bass-kick, il resto è vario, prendendo anche suoni organici che arrivano dalla natura o di tipologia industriale, processandolo. Non ho un iter specifico, vado molto su come mi sento e su cosa mi si aggancia meglio in quel momento alla linea basso-kick.

Quali sono i tuoi riferimenti musicali?

Più che persone, mi ispiro a generi. Negli ultimi anni ovviamente, essendo a Berlino, sono stato influenzato dalla techno Berghain, una tipologia di techno che è dritta, è veloce, ma è piena, si porta dietro un sacco di sentimento. A livello di dj penso ad Amotic, un dj underground, ed altri, che mi stanno ispirando a livello di produzione, ma soprattutto durante i loro dj-set.

L’influenza arriva anche dall’ambient, new age ed ora sto scavando su generi portoghesi, strumentali con chitarre, ecc. Prima del lockdown, il martedì andavo alla Filarmonica qui a Berlino dove si esibivano in concerti di musica classica al pomeriggio.

Penso sia importantissimo avere un’apertura mentale e musicale ampia, anche se ti sembra che la techno non abbia connessioni.

Lo scorso anno hai avuto il piacere di esibirti con la star Richie Hawtin, che emozioni hai provato? Cosa hai imparato da questa esperienza?

Suono con lui dai tempi di Ibiza, 2014-15, e quindi tutti questi anni che sono serviti per farmi vedere sin da subito come si muovono, come si coordinano queste cose nei grandi eventi. Per quanto riguarda Richie, è il mio mentore sin da quando ho scoperto la musica elettronica, è un continuo imparare da lui. Suonarci insieme è un’emozione difficile da spiegare con le parole, va oltre.

Mi piace il suo modo di vedere le cose, il suo modo di pensare fuori dal box e lui lo fa per davvero. È un pioniere di questo genere, ma allo stesso tempo è uno che non ha seguito le regole non scritte dell’industria della musica, ha sempre voluto fare di testa sua, rinnovandosi.

Ogni volta che ci esibiamo insieme mi siedo da una parte lo osservo. Cioè è uno che veramente inizia a suonare e toglie le mani dal mixer dopo due ore per davvero. Poi suonarci in Italia lo scorso anno durante il club tour, mi ha permesso di fare da Cicerone in varie città.

Credi che il movimento techno possa crescere in Italia come in alcune realtà europee? Cosa manca alla nostra scena?

Sicuramente può crescere, ma in Italia manca il supporto da parte dello Stato, del Governo, diciamo. Infatti, nonostante dalla nostra abbiamo tanta storia sugli eventi techno, non si ha ancora la consapevolezza che gli eventi di questo tipo sono importantissimi sia a livello economico, di turismo, ecc., che a livello culturale e addirittura per la sanità dei giovani. Bisogna cancellare il discorso dell’associazione le droghe alla musica techno, perché tanto lo sballo e droghe uno lo fa dove vuole, a casa o ai giardini, dove è anche peggio.

Non so perché il mondo della notte è dipinto in questo modo. Alcuni ragazzi delle nuove generazioni sono i primi a pensare e a dire “no no non ci vado in discoteca”, quindi ce l’hanno fatta ad inculcare questa immagine sbagliata. Cioè l’umanità ha ballato dall’alba dei tempi, per scacciare lo stress, è una cosa magica.

Quindi manca proprio la cultura, manca il valore e l’importanza della techno. Per dire, in Germania, che è l’esatto contrario, tolgono gli affitti ai club, li supportano, trovi cartelloni in riviste quotidiane. Il governo la presenta come una cosa normale al pari delle altre, permettendone una diffusione normale.

Che consigli ti senti di dare ad aspiranti dj e produttori? Sei pro o contro i dj autodidatti improvvisati?

No, non sono contro, ma fino ad un certo punto. Nel senso che, se una la musica la ha nel sangue e non ha l’opportunità di avere un’istruzione musicale, ma inizia il percorso musicale attraverso la tecnologia, non è giusto dire che lui ha meno da dare rispetto agli altri.

Certo che, chi inizia questo mestiere solo perché vogliono la fama e pensano sia facile, attaccandosi soltanto alla via più facile, in questo caso sarebbe meglio di no, perché faresti perdere valore a tutto il resto.

Il mio consiglio è di dimenticarsi quello che siamo stati abituati a sentirci dire, ossia di sacrificare tutto per raggiungere gli obiettivi, di lottare a discapito degli altri, poiché questo, a lungo andare, non porterà per niente ad essere felici. Dobbiamo dimenticarci di questa concezione darwiniana del più forte che vince sugli altri, perché la musica è collaborazione e se tutti lo capissero tutto cambierebbe in meglio.

Non bisogna farsi influenzare dalla moda, bisogna trovare la propria strada, perché solo in quel caso riesci ad attingere alla tua creatività, magari nascosta chissà dove perché concentrato a far uscire solo roba che “funziona”.

Consiglio di riempirsi la vita di tante cose oltre al proprio obiettivo, non deve diventare un’ossessione, altrimenti poi non è bello, perché magari quando arrivi all’obiettivo ed hai sacrificato tutto non sarà quello che ti aspettavi.

Ovvio uno più che dirlo bisogna fare da esempio, è il metodo più efficace.



Paride Rossi