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Intervista a Edoardo Nesi: la bellezza dell’arte ci salverà nel post pandemia

Social Up ha avuto l’onore di intervistare Edoardo Nesi, scrittore toscano, già premio Strega 2011 con il romanzo “Storia della mia gente”, tornato in libreria con il nuovo scritto “Economia Sentimentale”, edito da La nave di Teseo.

Nel nuovo libro, Nesi racconta lo stravolgimento delle vite degli italiani a causa della pandemia, focalizzandosi sulle conseguenze economiche del virus e delle chiusure, mutamenti che hanno lasciato e lasceranno un impatto enorme su tutti noi.  

I personaggi al centro del nuovo lavoro sono imprenditori tessili piccolissimi, economisti illuminati dal concetto della sostenibilità, baristi, partite IVA, disoccupati. Attraverso queste storie, Nesi porta sul tavolo i pensieri di una parte di popolo italiano impaurito e senza certezze.

Economia Sentimentale è un viaggio che analizza l’altra faccia della medaglia della pandemia, in cui si scoprono da vicino gli effetti delle chiusure, delle distinzioni tra attività “essenziale” e “non essenziale”, in cui migliaia di italiani si sono fermati per combattere il virus, ma sono rimasti soli.

L’obiettivo del romanzo, però, è anche quello di sconfiggere la negatività, con l’unica arma che l’Italia ha ed avrà sempre a disposizione: la bellezza in ogni sua forma.

Cosa ti ha spinto a scrivere “Economia Sentimentale”?

È stato un percorso piuttosto lungo. Avevo iniziato a scrivere un libro su mio padre, mancato due anni fa, ma si è rivelato troppo doloroso e nel pieno del primo lockdown mi sono fermato.

Al tempo stesso, però, mi preoccupavo delle conseguenze economiche della pandemia ed avevo cominciato a pensare che mi sarebbe piaciuto scrivere del post-Covid. La pandemia, infatti, è impossibile da raccontare, poiché il racconto viene fatto già ogni giorno attraverso le testimonianze di chi è in prima linea.

L’economia mi interessava molto, ma ho deciso di raccontarla in modo diverso rispetto agli intellettuali italiani degli anni Settanta, che pretendevano di spiegare il mondo alla luce della loro ideologia, cercando nel mondo le conferme delle loro idee.

Ho così pensato di fare il contrario, andando in giro, parlando con le persone, poiché oggi è ridicolo pensare che ci sia un solo modo di raccontare la società, una sola storia possibile. Siamo in un’epoca il cui il significato è spezzato in milioni di frammenti e questo è tanto più vero nel momento in cui si vanno ad analizzare le conseguenze della pandemia.

La pandemia è asimmetrica nei suoi effetti, poiché milioni di persone hanno avuto un impatto economico minimo, continuando a lavorare in modo garantito, mentre altre hanno avuto un distacco dalla vita economica. Per questo, mi è sembrato importante raccontare lo sconvolgimento delle vite di chi ha subito pesanti conseguenze, piuttosto che includere nell’indagine anche chi non aveva sofferto economicamente.

L’analisi del libro verte su imprenditori grandi e piccoli, freelance, economisti, insomma coloro che esprimono a pieno il principio costituzionale della libera iniziativa economica. Come mai questa scelta? Perché le cosiddette fasce più deboli del mercato del lavoro, come operai e impiegati, sono stati lasciate fuori?

Ho pensato che in questo frangente, paradossalmente, i dipendenti delle aziende che sono rimaste aperte non hanno avuto nessun tipo di ripercussione. I dipendenti delle aziende chiuse, invece, seppur con colpevolissimo ritardo, hanno avuto la cassa integrazione, un compenso molto simile a quello guadagnato normalmente.

Hanno sicuramente sofferto, ma meno degli altri, poiché c’è chi si è ritrovato senza lavoro, senza assistenza, senza niente. Hanno ricevuto qualcosa attraverso i diversi ristori, ma l’impatto sulle loro vite è stato devastante. Mi sembrava importante raccontare questa faccia della medaglia.

Una visione differente rispetto a quella degli intellettuali degli anni Settanta, che mettevano al centro le categorie meno protette, di cui loro non facevano parte, giusto?

 Ho letto questi libri, ma il modo in cui gli operai venivano raccontati, il lavoro stesso, subivano l’influenza di questa ideologia. Forse ho una diversa visione poiché ho sempre visto all’opera la piccola e piccolissima industria, con diverse dinamiche, in cui non riuscivo a ritrovare la visione dell’operaio sfruttato e frustato.

In tutta la manifattura di provincia fatta in Italia c’era, invece, l’orgoglio dell’operaio, la voglia di fare bene, di guadagnare, di uscire dalla povertà e cominciare a togliersi soddisfazioni materiali. Questa era forse una visione più veritiera della condizione dell’operaio.

Ad esempio, a Prato vi era un sistema di diffusione del benessere, poiché era assente la grande azienda che assorbiva tutto, ma c’erano tante piccole entità, c’erano operai che diventano piccolissimi imprenditori.

Ho avuto il piacere di conoscere di persona Enrico Giovannini e sono rimasto affascinato dalla sua passione e dalla tenacia con cui svolge l’incarico nell’Asvis. Nel tuo libro lo interroghi sul futuro. Come definiresti il confronto avuto?

Ho il piacere e l’onore di essere suo amico. L’ho conosciuto poco tempo dopo l’uscita di “Storia della mia gente”, quando lui lo lesse e lo apprezzò. Tengo alla sua amicizia come fosse un dono.

Lo considero un uomo eccezionale. Lui, pur essendo quello che è (professore universitario, nonché ex direttore dell’Istat ed ex Ministro del Lavoro, ndr.) non ha alcun snobismo, ha un modo di presentarsi straordinario ed una grandissima umanità.

Come hai detto tu, però, ha anche questa grande tenacia, poiché lui crede davvero che sia possibile arrivare, attraverso la politica, ad un mondo più sostenibile. È un uomo che ha dentro di sé la serenità e calma di chi è supremamente intelligente, ma anche la tenacia di chi crede possibile far diventare realtà quello in cui crede. È la persona più lucida che abbiamo in Italia in questo momento.

Finché lui combatterà allora dobbiamo combattere anche noi, è un esempio.

Parte della discussione politica durante il lockdown è stata caratterizzata da tre parole: essenziale, indispensabile e necessario. Attività considerate normali, sono state smantellate dalla sera alla mattina in nome dell’essenziale. Che effetto può aver generato tutto ciò su un individuo che svolge un lavoro “non essenziale”, ma che comunque gli permette di pagare le bollette? Quali complicazioni può generare nella società?

 È una delle ragioni che mi hanno spinto a scrivere il libro. Quando Conte dice che delle aziende possono essere chiuse perché non sono essenziali, non sono importanti, lui fa una distinzione molto grave e priva di senso. Come si fa a dire che un’azienda non è importante quando da lavoro a molte persone?

Bisogno ricordare poi, che noi italiani siamo questa roba qua. L’Italia nel mondo è il Paese che abbellisce la vita e noi stessi vogliamo essere definiti così. È evidente che ciò che abbellisce la vita, rispetto al mangiare la braciola di carne, può essere considerato non essenziale, ma allora la nostra vita è priva di tutto ciò che va oltre il sostentamento.

Tutto ciò in Italia è imperdonabile e sbagliato. In questo approccio, inoltre, rientrano la moda, il turismo, il cibo, insomma i nostri punti di forza.

C’è anche la dimostrazione dell’errore. Nel lockdown che stiamo vivendo in questi giorni si è visto che, consentendo alle persone di andare a lavorare, tu hai comunque abbassato il contagio.

Si ha come la sensazione che il mondo pre-Covid sia storia, un qualcosa che è stato e non tornerà. Pensi sia vero? Cosa salvi del “mondo attuale”?

Quando si parla di mondo pre-Covid bisogna intendersi: cioè non posso pensare che non si andrà più a vedere Springsteen, sarebbe un disastro. Francamente io sono traumatizzato quando vedo i film (ride ndr), con le persone che si abbracciano e baciano.

C’è però una possibilità per superare le nostre paure: l’estrema capacità della mente umana di dimenticare il male. Se questi vaccini funzioneranno, chissà che la pandemia diventi una parentesi, dicendo semplicemente che il 2020 è stato un anno brutto, ma ce lo siamo dimenticati.

L’uomo dimentica tutto. La superficialità della razza umana non va mai sottovalutata e per una volta guardare da un’altra parte forse non sarebbe male.

La pandemia ha intaccato la psiche di tutti noi, negandoci momento di evasione mentale, tingendo tutti di grigio. Ci ha costretto anche gestire il dolore in maniera nuova, ad esempio rinunciando a dare l’ultimo saluto come si deve ai nostri cari. Quale ruolo avrà la cultura nel “pulire” la negatività?

La domanda è grossa, rispondere non è facile. Bisogna provare a capire che il trauma vissuto non è ancora venuto fuori, verrà fuori dopo. Ora siamo tutti concentrati nell’evitare il contagio, mettendo in secondo piano tante cose, che dovranno essere affrontate però.

Come ogni volta, la cultura dovrà aiutarci, attraverso libri, film, musica. La cultura ha ed avrà un potere salvifico sulle anime delle persone. A cosa ti vuoi aggrappare se non alla bellezza suprema dell’arte? Per me è sempre stato così, non vedo altre vie d’uscita.

Quando sono andato agli Uffizi, come raccontato nel libro, ho provato una sensazione straordinaria, poiché da una parte godevi nel vederti da solo il museo, però dall’altra ti chiedevi anche come è stato possibile tutto questo. Sono contento di aver avuto quell’occasione, ma sinceramente spero non mi succeda più.



Paride Rossi