Intervista a Edoardo Bennato: “Ho sempre inseguito il successo”

Ognuno di noi ha anche solo canticchiato una canzone di Edoardo Bennato che sia “L’isola che non c’è”, “Il Gatto e la Volpe” o “Bravi Ragazzi”.

In questo anno così particolare e intenso, Edoardo Bennato ha rilasciato “Non c’è”, un disco raccolta dei suoi brani più celebri riarrangiati e con ben nuove otto canzoni quali: “Geniale”, “Il Mistero della Pubblica Istruzione”, “L’uomo nero”, “La bella addormentata”, “La realtà non può essere questa”, “Maskerate”, “Signore e signori” e “Non c’è”, quest’ultimo primo singolo estratto.

Il disco vanta la collaborazione di Morgan, Eugenio Bennato e Clementino.

Dal sapere poliedrico e con una passione travolgente per la musica, ciò che è arte appartiene ad Edoardo Bennato. Il cantante partenopeo disegna, scrive libri e fa benissimo l’imitazione del Governatore della Campania Vincenzo De Luca.

A sentirlo parlare e raccontare non si smetterebbe mai di fargli domande e di sapere e incuriosirsi perché Bennato è una fonte ineusaribile di aneddoti ma anche di esperienze e di visioni sul mondo. Così per stavolta ci siamo concentrati sul nuovo progetto discografico nel quale Edoardo Bennato spazia tra varie tematiche dall’amore e l’istruzione all’utopia e le donne. Ecco cosa ci ha raccontato!

Il nuovo album si intitola “Non c’è” a cui segue il primo singolo omonimo. Cosa non c’è secondo lei?

“Non c’è” è il titolo del primo singolo estratto dal disco di cui è stato realizzato anche il video. Nel video parlo di questo ragazzino, protagonista di questa favola rock, e che non vuole scendere a compromessi con l’industria del disco della canzonetta apparentemente dorata. Non vuole firmare i contratti e le canzoni se le fa per conto suo. Non aspira al successo, quindi non c’è nel senso che non figura nelle classifiche.

Non so se è una scelta giusta, ma io lo invidio perché, a differenza di questo ragazzino, io il successo l’ho sempre inseguito, sin dalla prima ora anche quando fui costretto a mettermi in strada a suonare per farmi notare.

La cover del disco è molto particolare: vi è lei al centro della prima pagina di un giornale. Da dove è nata l’idea? Perché questa scelta?

Mi sono divertito a disegnarla. La copertina è la prima pagina di un ipotetico giornale di domani mattina in cui gli strilli sono i titoli delle canzoni presenti nel disco che ironizzano sulle nostre schizzofrenie e su questa situazione kafkiana, collodiana se non addirittura orwelliana che viviamo.

Il disco è un concentrato di passato e presente, ma si mantiene una certa continuità del pensiero bennatiano. Quanto è importante per lei la coerenza nella musica e nei messaggi che trasmette?

Mi sono reso conto anche nei live degli ultimi anni che non c’è soluzione di continuità tra i brani degli inizi e quelli recenti, anzi paradossalmente quelli scritti tanti anni fa sembrano attuali, come ad esempio “Bravi ragazzi” o “Salviamo il salvabile”. Quelli scritti adesso (Maskerate, Il mistero della pubblica istruzione, per citarne alcuni) hanno la stessa ironia e la stessa provocazione di quelli scritti tanti anni fa quindi si complementano.

Vi è un lavoro favoloso sugli arrangiamenti: da dove si è partiti per riuscire a dare una nuova veste e far rivivere questi evergreen della musica italiana?

Si parte sempre dai concerti. L’esperienza e gli esperimenti fatti sul palco poi sono utili in sala di registrazione. Anche le sonorità che si trovano in sala di registrazione vivono sul palco. Anche in questo caso c’è complementarietà tra i concerti e i dischi che fai e il rapporto con il pubblico.

A parte le implicazioni sociologiche e geografiche, l’obiettivo è quello di dare buone vibrazioni e buona musica perché mai come in questo momento storico, alla luce di questi ultimi eventi, abbiamo bisogno di energie e di propositività tutti.

In “Il mistero della pubblica istruzione” parla della sapienza che non si arrende, una guerra annunciata. Cosa vuole intendere? C’è una soluzione a questo mistero?

Tra l’altro ho pure pubblicato un libro quest’estate “Codex latitudinis, giro girotondo” che è un’analisi di geopolitica alla luce dell’esperienza vissuta che ho accomulato in questi anni grazie al mio ruolo di musicista.

A dodici anni ero già in America, a ventunanni ero in Cile e ho conosciuto Allende, sono stato in Cina e in Inghilterra per parecchio tempo. Tutto questo mi ha fornito una serie di parametri, dati e informazioni molto più attendibili di quelle accumulate nelle università.

Per quanto riguarda l’università e la sapienza, mentre nelle facoltà scientifiche i dati sono acclarati e non ci sono più diatribe, per quanto riguarda problemi etici, morali e giuridici lì regna il caos in assoluto ed è un’infezione che rilevo nelle facoltà umanistiche. Qui lo dico e qui lo confermo.

Questo è un po’ il mistero della pubblica istruzione, oltre al problema Italia che è sempre in equilibrio precario tra nord e sud e innesca una serie di meccanismi perversi di reciproci addebiti e accuse che, in questo frangente, vengono ancora più esaltate da personaggi grotteschi, kafkiani e pirandelliani come i vari governatori, assessori, sindaci. Un caos in assoluto in cui la situazione diventa carnevalesca e mi prendo il lusso di ironizzare con il fine di scatenare una reazione o una propositività nelle fasce giovanili.

Con Mario Lavezzi ho parlato di musica qualche mese fa tra passato e presente. Si parlava come fosse degradante per gli artisti oggi fare musica fast food per scalare le classifiche e diventare famosi, mentre una volta alla canzone le si dava il tempo di essere assimilata fino a diventare un classico. Lei cosa ne pensa?

È un po’ l’immagine di questa ballata musicale “Non c’è” in cui questo ragazzino che fa musica e ha la percezione di dare buone vibrazioni, si trincera perché non vuole avere a che fare con le insidie del baraccone della musica italiana.

Lui può fare a meno del successo, ma non tutti noi possiamo. Siamo facile preda di quelli che utilizzano le nostre aspirazioni e velleità per trarne vantaggio. Per parlarci chiaro: i personaggi collodiani del gatto e la volpe.

Canta del “Cantautore”. In che proporzione sono necessari autostima, autoironia, accettazione delle critiche e senso di analisi per fare musica oggi?

Se uno ha aspirazione di fare atletica leggera, ha la possibilità di confrontarsi con gli altri, quindi ha un immediato riscontro delle proprie capacità. Cercherà di allenarsi e di migliorarsi, sperando di poter diventare campione del mondo.

Nel campo della musica, è tutto opinabile. Chi fa musica vende emozioni, non manufatti. Nessuno è in grado di dare una classifica reale del grado di emozioni che si danno. È tutto relativo. Vince non il più bravo, ma chi ha alle spalle un anfitrione più potente ossia una casa discografica e un ufficio stampa solidi.

Tre collaborazioni importanti nel disco: il fratello Eugenio Bennato, Clementino e Morgan. Perché ha deciso di cantare quella precisa canzone con ognuno di loro?

La canzone con Eugenio è una ballata acustica che ha le stesse caratteristche armoniche di chitarra acustica de “L’isola che non c’è” o di “Pronti a salpare”. Ma l’isola che non c’è rappresenta l’utopia e vi è anche un velo di malinconia e di rassegnazione. A questo punto non possiamo crogiolarci nelle nostre utopie e sogni, ma realizzarli. È per questo che questa ballata si chiama “La realtà non può essere questa”. È evidente alla luce di quello che vediamo che questa realtà non può essere così e dobbiamo necessariamente cambiarla e non limitarci solo a sognare.

Con Clementino siamo amici e abbiamo le stesse idee, anche per quanto riguarda i nostri riferimenti e idoli musicali ovvero artisti con la pelle nera. Siamo partiti dalla minaccia che si faceva da bambini ossia “fai il bravo o viene l’uomo nero e ti porta via” come se l’uomo nero fosse il cattivo. A me e Clementino chi ha la pelle scura non solo non ci fa paura ma è pure un riferimento. Noi partiamo dal presupposto che non esistono diverse razze, ma solo la razza umana. È un tentativo di scardinare i comuni pregiudizi e questa infezione ossia il razzismo che ancora attanaglia gli esseri umani.

Con Morgan, invece, c’è un’intesa da tanto tempo. Lui è squilibrato forse un po’ più di me per cui insieme ci divertiamo. In “Perché” abbiamo creato un dialogo a ritmo di rock’n roll tra psicopatici.

Nel disco emerge un Bennato che guarda al futuro. Come se lo immagina il futuro della musica?

A me preoccupa più il futuro del pianeta che della musica (ndr sorride), ma la musica me la immagino sempre come scambio di emozioni tra chi la compone e chi la ascolta.

Nel disco canta anche di donne.

Sì con tre canzoni: “Le ragazze fanno grandi sogni”, “Tutti” e “Geniale”. Quest’ultima è un omaggio alla genialità delle donne, all’istinto animalesco femminile che ci dà la possibilità di vincere anche il nostro egoismo.

Quando l’umanità si trova ai margini, al limite del burrone, quello che ci salva è il consenso femminile.

Quali sono i suoi sogni oggi?

Il mio sogno è di realizzare i miei sogni e quelli di mia figlia che si affaccia alla vita e che mi aiuta e mi sostiene.



Sandy Sciuto