Intervista a Costanza Marana, autrice de Il crepuscolo del sogno: “La coscienza del ricordo ci può consacrare all’immortalità”

La scrittrice Costanza Marana ha esordito sul panorama editoriale con “Rêverie di una vita in terza persona”, per poi dare conferma delle sue capacità letterarie con la seconda opera “Il crepuscolo del sogno”, pubblicata nuovamente dall’Erudita Editore e dal forte potenziale visivo. Noi di Social Up abbiamo avuto il piacere di intervistarla e farle qualche domanda sul suo ultimo romanzo. Venite con noi. 

Costanza, dove conduci il lettore con il tuo ultimo romanzo in termini di tempo e di spazio?

Il mio ultimo romanzo conduce il lettore verso non luoghi e senza tempo. Nonostante il libro sia contestualizzato ad Arles in Provenza e si sposti fino alla selvaggia Camargue, in verità si dirama nell’interstizio tra realtà-irrealtà, fuggendo a classificazioni spazio-temporali. 

C’è un personaggio con cui simpatizzi particolarmente?

L’unico personaggio il cui nome inizia con la lettera “z”, a differenza di tutti gli altri i cui nomi iniziano con la lettera “a”. È un personaggio misterioso, ma in verità primigenio che fa parte dell’iconografia letteraria, simbolica-esistenziale. Non vi svelo chi sia, poiché il lettore deve essere condotto verso il riconoscimento di questo personaggio individualmente.

Verso la fine del libro parli del “giorno del giacinto”. Di che si tratta?

È un giorno in cui il personaggio principale, Aurelian, ricorda una persona a lui cara, Adele. Il riferimento al giacinto è per la purezza insita in questo fiore ripresa nel mito. Si narra che Apollo si innamorò del giovane Giacinto che venne ferito durante una gara, per volere del dio Zefiro, geloso della loro unione. Le lacrime di Apollo, sofferente per la perdita di Giacinto, coloreranno di vermiglio i petali di questo fiore.

Il corso dell’esistenza e un animismo sempre più radicato: quale evoluzione vive il personaggio di Aurelian?

Aurelian ricerca costantemente la bellezza filtrando ciò che lo circonda attraverso l’intelletto. Si inserisce in un sistema simbolico di rimandi nella sua poetica quotidiana. E profonde nell’infinito del Creato e degli elementi della cosmogonia. La sua vita è intrisa di un senso dell’epica data dalla sua riflessione esistenziale sul rapporto uomo-fato.

 

A un certo punto, nelle ultime pagine, non manca una riflessione sull’osmosi vita mortale e vita divina nel mito. Raccontaci qualcosa di più.

Verso l’epilogo l’aspetto riflessivo e introspettivo prende sempre più corpo. Le pagine diventano immateriali poiché trascendono il reale per cercare di comporre astrattamente un mondo sinestetico. Le sensazioni, l’emotività dell’uomo che si sente smarrito e che percepisce la sua impotenza di fronte all’autorità del destino. I miti raccolti nella cultura classica descrivono ciò che è senza tempo e eterno: il conflitto tra finito e infinito.

È presente anche il concetto del memento mori, vero?

Sì, è presente la consapevolezza della finitezza dell’essere umano rispetto alla bellezza eterna di ciò che è senza tempo come l’arte.

Infine, solo la coscienza del ricordo ci può consacrare all’immortalità? 

Sì, ritengo che la memoria sia ciò che ci conferisce un’identità e per questo l’eternabilità. La consapevolezza di ciò che siamo stati rivive e definisce in ciò che siamo. La scelta consapevole di deputarsi alla ricerca della bellezza, serbando dentro di noi il ricordo di ciò che sentiamo più caro. Questo è inestinguibile, senza tempo.



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