Il terribile RaccontHorror della settimana: “Non si accorse di nulla”

Nella temperatura perfetta dell’acqua, E.G. si godeva la doccia e fischiettava l’Aida, stonando. Nell’altra stanza, intanto, facevano a pezzi sua moglie, sua figlia e il suo cane. Non si accorse di nulla. Rimase puntuale nella sua routine mattutina: si asciugò, si pettinò, si mise i vestiti stirati, prese telefono e pad, portafogli, cappello, le chiavi di casa e quelle dell’auto. Scese le scale, entrò nel garage. Aprì il basculante, accese il motore e partì per andare al lavoro. “Oggi cambio strada” si disse, contento, mentre si immetteva su via Dei Martiri. Deviò in rotatoria alla prima anziché alla seconda. Qualche decina di metri e si ritrovò proprio accanto alla casa del suo farmacista di fiducia, Fernando Ferri. L’istante seguente, il Dottor Ferri, cinquantatré anni ben portati, rovinò sull’asfalto dopo un tuffo scomposto dal settimo piano. E.G. non si accorse di nulla. Svoltò a destra, poi ancora a sinistra, obbligato dal senso di marcia. Allo stop si vide riflesso nel grande portone di casa della sua prima amante, Martina. Alzò lo sguardo verso la finestra di quella bella stanza in cui facevano l’amore. Vide il cielo turchese specchiarsi sul vetro. Sopra quel letto lei penzolava leggera e morente, con le vene bucate e la schiuma alla bocca. Lui non si accorse di nulla. Canticchiava Fly me to the moon, male e sbagliando le parole. In tangenziale lo affiancò un suo collega, uno di quelli giovani e belli che sembrano identici agli altri giovani e belli che si vedono in giro. Francesco Rossi. Un ragazzo gentile. E.G. non si accorse di nulla quando questo morì di un infarto alla guida, schiantandosi già da cadavere addosso al guardrail. Decise che quel giorno sarebbe arrivato tardi al lavoro. In trent’anni non lo aveva mai fatto, né mai pensato. Si fermò in un bar. Felicità Bistrot. “Il solito” disse. La cameriera cinese, vedendolo per la prima volta, improvvisò con brioche al lampone, caffè lungo e bicchierino d’acqua gasata. Lui fece colazione distratto, lasciando la povera asiatica sospesa nel dubbio di averci azzeccato o meno. Pagò. Si alzò. Prese la macchina e ripartì. Nel giardino di fronte, il mastino della signora Rosetta Di Pietro le stava strappando la giugulare in un raptus di rabbia, stranamente irritato dal solito mix di fragranze della vecchia. Era l’affittuaria del suo appartamento, ma E.G. si stava gustando il sapore della crema al lampone che gli era rimasto sulle labbra e non si accorse di nulla. Arrivato al lavoro, alle 9:17, trovò un posto ancora libero. Parcheggio facile, pensò. “Buongiorno” disse entrando all’usciere. In quel preciso momento, dall’ultimo ufficio più in alto, il gran capo di tutta l’azienda, Maurizio Caputo, veniva stroncato da una troppo convinta strisciata di coca. E.G. non si accorse di nulla. Mise le cuffie e lavorò per tre ore sulle note dei più grandi jazzisti della storia: John Coltrane, Thelonious Monk, Miles Davis. Finito il terzo disco si alzò e se ne andò dall’ufficio senza avvisare nessuno, lasciando il computer acceso, il pad nel cassetto e le chiavi di casa e dell’auto sotto il cappello appoggiato sul tavolo. Prese le scale che portavano all’ultimo piano, sul tetto del grande palazzo, fischiettando stonata l’Aida. Stava in piedi sull’angolo nord, sotto il sole allo zenit e la sua stessa ombra sotto i piedi. Vibrò il telefono. “Pronto?” rispose, composto. “La lista è in arrivo” disse la voce. Vibrò il telefono. Un nuovo messaggio: Teresa, Emma, Jolly, Fernando, Martina, Francesco, Rosetta, Maurizio. Vibrò il telefono. “Pronto?” rispose, composto. “Il signore è soddisfatto?” disse la voce. “Un lavoro eccellente. Non mi sono accorto di nulla” rispose educato. Chiuse il telefono. Un colpo alla fronte. A terra. Lui non si accorse di nulla.

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