“Il Divo”: ossia il potere spiegato da Paolo Sorrentino

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Ritratto di un potente, leggendariamente enigmatico e indecifrabile, ma soprattutto affresco di un’Italia del passato che spiega l’Italia di oggi, “Il Divo”, film di Paolo Sorrentino del 2008, è un piccolo gioiello che rimarrà nella storia del cinema italiano ed è la nostra proposta per la rubrica settimanale dei film da non perdere.

Ci rimarrà sia per ciò che dice sia per come lo dice. “Il Divo” è un film eccezionale, coraggioso nel linguaggio cinematografico e nell’impatto politico. “Il Divo” di Paolo Sorrentino ha trionfato al Festival Per il cinema italiano di Bari, ideato e diretto da Felice Laudadio, conclusosi il 17 Gennaio. Il film ha conquistato ben sette premi: miglior film, regia, sceneggiatura, colonna sonora, fotografia,scenografia e costumi.

Con Il Divo ritorna il cinema di denuncia civile-sociale-politica, vero e proprio fiore all’occhiello della nostra migliore industria cinematografica.
Magnifica analisi del Potere a cui tutto si sacrifica (forse anche la coscienza) condotta in chiave grottesca e quasi surreale: sembra incredibile quanto ci viene mostrato, ma Sorrentino lo rende credibilissimo miscelando sapientemente immaginazione, ipotesi, impressioni, intuizioni e fatti. Il “divo Giulio” come metafora dell’Italia, farsa e tragedia al contempo.
Ritmo febbrile, montaggio serrato, inquadrature che ricordano l’arte espressionista, fotografia splendida, grande ricercatezza formale (sostanziale e non banale), atmosfera rarefatta, colonna sonora in perfetta sinergia con le immagini, performance da applauso dell’intero cast caratterizzano questo lavoro giustamente premiato dalla Giuria a Cannes. Si ricorda che al Festival di Cannes, il film ha ricevuto quasi dieci minuti di applausi all’anteprima, ha conquistato la stampa internazionale e ha trovato la distribuzione in Francia, Belgio, Olanda, Grecia e Inghilterra.
Giganteggia la prestazione di Toni Servillo, novello Gian Maria Volontè: impossibile fare meglio. Straordinario e irriconoscibile, meriterebbe tutti i premi a disposizione, nessuno escluso.

Il monologo-confessione dai toni insolitamente accesi (e che rivelano più l’uomo che il politico) e la scena in cui marito e moglie assistono al concerto di Renato Zero in televisione sono due momenti di grandissimo cinema che difficilmente dimenticheremo. Molte sono le scene indimenticabili: la presentazione a mo’ di western della corrente democristiana, la carrellata in chiave pulp con gli omicidi in sequenza di Pecorelli Lima Dalla Chiesa Falcone Moro e le notturne passeggiate solitarie. Un film che fa riflettere e discutere, che angoscia e ci indigna: ritratto, tra il fantastico e il reale, di un personaggio per cui è impossibile non provare contemporaneamente fascino e repulsione, attrazione e paura; quadro di un’Italia a cui tutto scivola addosso senza lasciare traccia, un’Italia sempre più difficile da amare.