Il cattivo poeta: un decadente D’Annunzio in un biopic incerto

Dal 20 maggio al cinema Il cattivo poeta di Gianluca Jodice è un film che racconta sullo schermo l’ultimo periodo della vita del poeta e scrittore Gabriele D’Annunzio, interpretato da Sergio Castellitto.

Si tratta di un film che, a suo modo, vuole essere “politico” nel ridisegnare il ruolo di D’Annunzio, sottolineando soprattutto come il poeta fosse contrario all’incontro-dialogo tra Hitler e Mussolini, pur essendo egli uno scrittore vicino, almeno inizialmente, al movimento fascista.

Nonostante l’ottima fotografia di Daniele Cipri (qui la nostra intervista), che immortala scorci del Vittoriale, ultima dimora e rifugio dello scrittore, sempre più isolato dalle folle e trincerato come un fantasma in una sorta di locus amenus a se stante da tutto il resto, il Cattivo Poeta risente purtroppo di diverse pecche di sceneggiatura.

Ciò accade soprattutto lì dove la storia raccontata si concentra più sul personaggio di Giovanni Comini (buona prova attoriale comunque di Francesco Patanè), un giovanissimo federale del partito fascista, cui viene affidato l’incarico di recarsi presso il Vittoriale, per spiare D’Annunzio e tenere traccia di tutte le sue azioni: vi è il sospetto e il timore, infatti, che lo scrittore possa manifestare pubblicamente il suo dissenso…

Se tale incipit è senza dubbio intrigante, perché ci introduce presso la dimora di Gabriele D’Annunzio tramite un personaggio che indaga sul conto del poeta (sebbene con diversi toni accade un po’ lo stesso ne Il Grande Gatsby); tuttavia l’esito finale non è all’altezza delle pretese.

La sceneggiatura non riesce, infatti, a tenere vivo l’interesse come dovrebbe e i dialoghi appaiono un po’ piatti, senza riuscire ad esaltare a dovere l’eccentricità, la disillusione, la dispersione malinconica di D’Annunzio nei suoi ultimi anni di vita.

Nonostante una buona interpretazione di Castellitto, infatti,  le scene appaiono “confezionate”, non naturali e spesso ridondanti. La personalità di D’Annunzio è in verità abbozzata e purtroppo non abbastanza approfondita: affidata più a frasi ad effetto non sempre efficaci, piuttosto che a ad una costruzione psicologica più articolata.

Mancano poi il mistero, il pathos e la suspense, che pure potevano essere determinanti nella buona riuscita del film.

Lo stesso spannung della sceneggiatura appare debole: sarebbe il tentativo da parte di D’Annunzio di avvicinarsi a Mussolini per dissuaderlo a incontrare Hitler.

Insomma, al livello di scrittura il film appare forzato e la vicenda parallela di Comini (con la sua vita privata e i drammi legati alla presa di coscienza delle violenze del fascismo), appaiono un po’ retorici e non troppo originali.

Purtroppo questi elementi pesano, rendendo uno po’ sfiancante il film (diviso in capitoli).

Tra gli aspetti positivi: oltre al buon incipit, che evidenzia l’entusiasmo di Comini nell’essere ammesso al cospetto di D’Annunzio e ad alcune scene visivamente ben concepite, soprattutto quelle ambientate nel Vittoriale, la sequenza migliore del film è quella che accosta attraverso un parallelismo visivo il “divismo” patriottico di Mussolini, che sia affaccia dalla balconata venendo acclamato dai suoi seguaci all’impacciato affacciarsi del Vate dal balcone de il Vittoriale davanti ai suoi ammiratori.

La sequenza è emblematica del progressivo decadimento fisico, mentale e carismatico di un Poeta famoso non solo per le sue opere, ma anche per il suo edonismo, le sue stravaganze e i suoi eccessi, per l’impresa di Fiume. Delle sue imprese del passato, tuttavia, non vi è quasi traccia nel film (nemmeno attraverso flashback che pure si sarebbero potuti utilizzare per vivacizzare il ritmo della pellicola o per porre un confronto tra passato e presente).

Il film racconta poi la rivoluzione di Fiume come se questa fosse stata “una festa” divertente e ciò sembra una semplificazione non da poco. Poco credibili le figure delle “mogli” di D’Annunzio, che sembrano troppo stereotipate, così come gli altri personaggi al suo servizio ne il Vittoriale.

Nel complesso, quindi, Il cattivo poeta è un film che, malgrado la bella fotografia e dei movimenti di macchina di buona fattura, purtroppo risulta incerto nella sceneggiatura, non focalizzandosi abbastanza su D’Annunzio, che doveva essere il vero protagonista di questa pellicola biografica.

Non è indagato a fondo il suo rapporto ambivalente con il fascismo, la spiegazione è affidata a dialoghi scarni e in fondo poco brillanti, quando il tema centrale del film doveva essere proprio il riflettere sul perché D’annunzio potesse essere considerato un Cattivo Poeta: cattivo per il partito fascista, perché non ne faceva proseliti fino in fondo, pur aderendovi e cattivo anche perché non si schierava apertamente contro di esso. Un cattivo poeta “politico” si potrebbe dire, perché lontano, negli ultimi anni della sua vita, dalla politica italiana…

Nonostante questo sia il concetto alla base dello script, non emerge con abbastanza forza. Abbondando scene superflue ai fini della storia, mentre scarseggiano le riflessioni e i dialoghi di Dannunzio.

E’ un peccato, perché di spunti potevano essercene molti, considerata la multi sfaccettata personalità del Vate, profetico sì, ma sempre conflittuale e provocatorio nel suo esprimersi.



Francesco Bellia