I Catari e la nascita dell’Inquisizione

La crociata contro l’eresia catara da parte della Chiesa di Roma è stata una delle pagine più vergognose della storia. Il crudele quanto metodico sterminio dei Catari fu l’occasione per Domenico di Guzman (fondatore dei Domenicani) per dare vita all’Inquisizione, il famigerato tribunale ecclesiastico che si macchiò di crimini orrendi.

Nel 1209 la Chiesa indisse una crociata contro i catari e fu qualcosa di molto simile ad una carneficina. Armate di cavalieri e avventurieri scesero dal Nord della Francia in Linguadoca, distrussero molte città e villaggi e arsero vivi migliaia di catari.

A quell’epoca il castello di Montségur, arroccato in cima a una collina e apparentemente inespugnabile, era stato ricostruito in modo da fungere da centro della Chiesa catara. Dopo le distruzioni delle vallate inferiori, nel 1232 esso divenne centro della fede e sede di un “vescovo” eretico. Tra il castello e le alte scogliere a precipizio verso Nord fu costruito un piccolo villaggio, di cui ancora oggi si possono vedere i ruderi, abbarbicati sul ripido versante.

Il giovane ecclesiastico spagnolo Domenico di Guzman giunse al seguito delle armate settentrionali. Poco si sa della parte che egli ebbe nell’olocausto dei catari durante i primi anni delle persecuzioni, ma sicuramente dovette essere presente e assistere alle terribili violenze perpetrate ai loro danni.

Durante la feroce campagna contro i catari, egli si rese conto che sarebbe stata necessaria una nuova organizzazione per combattere quella che riconosceva come una pericolosa eresia: occorreva un nuovo ordine monastico, con un modo nuovo di affrontare le cose. Così Domenico fondò l’ordine dei domenicani, che a loro volta diedero vita alla famigerata Inquisizione.

Domenico aveva già arso vivo e torturato alcune persone: i suoi confratelli seguirono il suo esempio, aprendosi il cammino verso la Francia meridionale a furia di devastazioni. E questo dimostrava quanto grande fosse il bisogno della Chiesa di imporre disciplina e controllo a tutti gli eretici che avevano osato ignorare Roma. Il vento gelido dell’Inquisizione spazzava le campagne portando con sé paura e orrore. Molti furono picchiati o assassinati, ma l’ordine proseguì nella sua implacabile persecuzione degli eretici, in una battaglia che i catari non potevano vincere.

Il metodo seguito dall’Inquisizione era semplice e chi veniva sospettato di eresia veniva “interrogato”, un eufemismo dietro cui si nascondeva o si giustificava il fatto che non aveva luogo una semplice inchiesta ma un processo basato sull’estorsione di informazioni mediante la tortura, e il tutto avveniva con un’organizzazione tale che perfino la famigerata Gestapo sarebbe rimasta ammirata da quell’efficienza fredda e spietata.

L’eretico sospetto veniva arrestato sulla base di una semplice denuncia o di una confessione. Non c’era alcuna urgenza di portare a termine l’istruttoria, perché i domenicani, da esperti psicologi, sapevano che la reclusione e la paura potevano svolgere gran parte del loro lavoro. Tappa quasi inevitabile dell’istruttoria era la tortura. A causa di una presunta “sensibilità” verso lo spargimento di sangue, gli strumenti usati dai torturatori incappucciati dovevano essere smussati, arroventati o costrittivi: le ossa potevano essere spezzate e gli arti slogati, in modo tale che se fosse stato versato del sangue sarebbe stato attribuito a un “incidente” più che a un atto voluto, senza così contravvenire alle regole stabilite dalla Chiesa.

Una volta che la vittima si era decisa a confessare (qualsiasi cosa pur di mettere fine a quell’incubo), gli avvocati domenicani e gli scrivani mettevano a verbale la testimonianza, registrando spesso in dettaglio gli eventi a cui avevano assistito. La vittima veniva portata in un’altra stanza e le veniva chiesto di confermare che la confessione fosse stata “libera e spontanea”. Se i rei confessi erano stati condannati a morte, venivano consegnati alle autorità laiche per essere giustiziati. La Chiesa in quanto istituzione cristiana, non metteva in atto le sentenze, o almeno così sosteneva, del tutto indifferente a quanto ipocrita tutto ciò potesse apparire.

Per mezzo di queste deposizioni, i domenicani accumularono un’ampia memoria istituzionale, un archivio che conservava dati su tutto ciò con cui essi entravano in contatto. Mandarono al rogo migliaia di persone da loro condannate come eretiche, ma questo solo dopo un interrogatorio approfondito, aumentando così quella memoria collettiva, che formava il nucleo centrale del tribunale dell’Inquisizione e del loro potere, perché, pratici come sempre, erano convinti che “un convertito capace di tradire i suoi amici era più utile di un cadavere arrostito“.

L’Inquisizione rappresentò la polizia segreta del XIII secolo e costruì una banca dati estesa e sofisticata per quel tempo. Indagava su sospetti di eresia, raccoglieva deposizioni, denunce e confessioni con un complesso apparato procedurale, e conservava archivi di questi documenti in modo che le informazioni potessero essere recuperate anche molto tempo dopo. Per esempio, questi documenti potevano dimostrare come una donna arrestata per eresia nel 1316 avesse subito un precedente arresto già nel 1268, cioè quasi mezzo secolo prima. La possibilità di recuperare queste informazioni rappresentava una strategia intimidatoria, un diabolico sistema di registrazione dei precedenti posto al servizio della supremazia della Chiesa.

Gli inquisitori divennero di fatto un esercito di sicari, di delatori, di funzionari spietati e freddi magistrati, i quali agivano tutti nel nome di Cristo. Il messia storico era stato da tempo dimenticato: ora rimaneva soltanto il Cristo del Vaticano. E quella figura crocifissa divenne la giustificazione ultima di una serie di atti ed orrori di cui la Chiesa porterà per sempre il peso sulla coscienza.