High-Rise: “Il Condominio” di Ballard diventa un film

In SPETTACOLO by Francesco BelliaLeave a Comment

Film del 2015, disponibile in DVD dal 12 luglio del 2017, “High-Rise” è il coraggioso tentativo di trasporre per la prima volta sullo schermo “Il Condominio” dello scrittore inglese James Ballard. La materia prima è un romanzo scorrevole e dirompente che in meno di duecento pagine riesce a delineare con acume, provocazione e un’approfondimento psicologico complesso e accurato, che va ad indagare le pulsioni più mortifere, oscure e autolesionistiche dell’essere umano, il declino di una società che sceglie volontariamente di vivere in un condominio ultramoderno; di barricarsi al suo interno per inseguire i propri desideri più bassi e istintivi, fino a regredire ad uno stato sempre più animalesco, in netta contrapposizione con il trionfo tecnologico e architettonico prospettato dall’edificio.

Quella di Ballard è una vera e propria distopia moderna (ancora oggi sconcertante per la sua attualità), in cui il condominio, fulgido esempio di un perfetto micro mondo autosufficiente (è dotato di supermercati, piscine e confort di ogni genere), diventa la prigione ideale per la classe medio-alta che lo abita, per dare sfogo alle proprie frustrazioni e al proprio segreto desiderio di autodistruzione: al proprio bisogno di annullarsi in una costruzione asettica e iper tecnologica, piuttosto che ricercare la propria identità all’esterno. Lo scrittore inglese usa l’edificio come geniale metafora dell’alienazione della società contemporanea (così come l’automobile lo è in “Crash”). Nel momento i cui, infatti, l’umanità, rappresentata dagli abitanti del condominio, ha a disposizione tecnologie talmente potenti da poter soddisfare ogni suo bisogno, essa smette di ricercare desideri propri, limitandosi a scegliere quelli che la società stessa gli offre, surrogati efficienti con cui mascherare il proprio vuoto esistenziale.

Il condominio è l’insieme di questi surrogati, tutti riuniti in un unico luogo. E’ rassicurante, molto più del mondo esterno. Ha proprie leggi e gerarchie; è talmente perfetto, che gli imperfetti esseri umani che lo abitano finiscono col desiderare di sporcarlo, insudiciarlo, distruggerlo, annientando allo stesso tempo anche se stessi. Nonostante le violenze via via più aberranti che si commettono al suo interno, però, nessuno è realmente desideroso di uscirne, perché in fondo rappresenta una “casa migliore” per tutti, più vera e reale del mondo falso e vuoto che li attende fuori. Nell’isteria collettiva dei personaggi del libro diventa addirittura un modello ideale da imitare, diffondere e ripetere, quasi un’utopia auspicabile per l’intero genere umano.

Come si può evincere da quanto fin qui detto, l’opera di Ballard è brillante, originale, complessa e destabilizzante. Per questo motivo trarne un film era di certo una sfida ardua e rischiosa. E’ molto frequente che una rappresentazione cinematografica adotti mezzi narrativi diversi rispetto all’opera da cui è tratta; il punto chiave per una buona trasposizione, però, è il saper cogliere gli elementi fondamentali che danno al romanzo la sua unicità. Nonostante alcune scene visivamente efficaci, come quella dell’immenso giardino terrazza, quasi un paradiso terrestre, costruito sulla sommità del grattacielo da Royal, il megalomane architetto della costruzione, e un bel cast al suo servizio (Jeremy IronsTom HiddlestonLuke Evans), il regista Ben Wheatley non riesce a portare sulla scena l’anima del libro, né a coglierne il suo messaggio più importante e profondo. Egli, infatti, concentra spesso la sua attenzione su particolari a dir poco marginali delle storia (es. il figlio di Charlotte Melville o le notti brave dei protagonisti), trascurandone altri di fondamentale importanza. E’ così che il film appare in molti casi slegato nel suo sviluppo.

Il difetto principale sta poi nel non saper rappresentare appieno la “malata dipendenza” che gli abitanti del grattacielo hanno per il condominio. Nel film sembra che essi siano più che altro degli esaltati, viziati e dediti agli eccessi e che il caos da loro generato sia giustificato da questi motivi o dalla noia, piuttosto che dal loro autolesionistico bisogno di annichilimento all’interno del grattacielo. Ci si concentra sui loro comportamenti esteriori, invece che sulle contorte e inquietanti motivazioni delle loro condotte.

La macchina da presa sfiora la superficie, mentre avrebbe dovuto immergersi a capofitto in questi personaggi, per sviscerarne la psicologia e i disturbi. Ad esempio è privata del suo spessore la “scalata” di Wilder verso la sommità del grattacielo. Il regista la fa passare quasi in sordina, ignorando uno dei motori fondamentali del romanzo: il desiderio di Wilder di sovvertire le gerarchie del palazzo, animato prima da un ideale di libertà e di ribellione verso i superbi abitanti dei piani superiori; poi da una crescente spirale di violenza e brutalità che finiranno per renderlo simile ad una bestia, interessata soltanto ai suoi bisogni primari. E’ un vero peccato, perché Luke Evans era perfetto nel ruolo di Wilder. Lui e il suo personaggio sono i più trascurati dalla sceneggiatura e dalla regia. Anche gli altri due protagonisti, il dottor Laing (nel romanzo alter-ego dello scrittore), e l’architetto Royale, interpretati rispettivamente da Tom Hiddleston e Jeremy Irons, ben calati nel ruolo, alla fine vengono ridimensionati e soprattutto appaiono privi di quell’intensità e quel pathos che era necessario per trasmettere l’angoscia celata dietro la prigionia autoindotta degli abitanti del grattacielo.


In conclusione, quindi, nonostante il coraggio di questa trasposizione, e di ciò va dato merito, visto il soggetto di partenza, “High-rise”, mostra di non avere intuizioni visive e cinematografiche capaci di immortalare a pieno la conturbante provocazione del romanzo di provenienza. Buona la resa visiva del grattacielo; ben scelto il cast, ma è mancata la sensibilità registica, necessaria per un’opera talmente stratificata. A proposito di trasposizioni dai romanzi di Ballard, un regista che invece vi è riuscito con grande abilità è senz’altro Spielberg, che in “L’impero del sole” ha colto con efficacia lo spirito del libro, tramite intelligenti invenzioni sceniche e un forte senso della narrazione che gli ha permesso di impiegare al meglio l’ottimo cast a sua disposizione (tra cui John Malkovich e un Christian Bale bambino).