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Il gotico in Italia e i tesori nascosti di Santa Chiara a Napoli

Nelle ricerche sul gotico in Italia, sono poco ricordate le opere napoletane. In realtà è sempre di maggior rilievo l’opinione che l’espressione gotica napoletana sia quella che più si avvicina all’originale francese. Lo stile gotico è una fase dell’arte che nasce intorno Parigi per poi diffondersi in tutta Europa. A introdurre quest’espressione artistica a Napoli sono stati i D’Angiò.

Nel 1266 Carlo D’Angiò aveva appena sconfitto gli svevi e portarono la capitale da Palermo a Napoli. Di conseguenza la città, iniziò ad espandersi e ad arricchirsi di chiese, edifici e monumenti pubblici. Molti di questi oggi sono andati perduti, ma seppur di numero esiguo, essi rappresentano al meglio l’espressività artistica che i francesi portarono a Napoli, di portata così ampia da poter parlare di architettura gotica napoletana.

L’arrivo del Gotico dalla Francia

A Napoli, il gotico giunge direttamente dalla corte francese e possiamo certamente affermare che la compagine napoletana è senza dubbio quella più vicina all’originale, a differenza di altre città italiane, dove il gotico si è misto allo stile preesistente, il Romanico, per intenderci, di cui l’emblema è il Duomo di Milano, che per quanto gotico nelle sue decorazione rimane legato allo stile Romanico. Gli artisti francesi portatori dello spirito gotico, in coesione con l’uso e la tradizione napoletana del tempo, hanno reso uno stile unico diverso da quello delle altre città italiane.

La Basilica di Santa Chiara è tra gli esempi meglio conservati del gotico napoletano. Questo complesso monumentale fu costruito per volontà di Roberto d’Angiò e Sancia di Maiorca, intorno al 1310 e poi aperta al culto trent’anni dopo. I lavori furono affidati a un architetto napoletano Gagliardo Primario. Saltano subito agli occhi le sue originarie forme gotiche. Di portata spettacolare è il rosone traforato incastonato sulla facciata a larga cuspide, l’elemento gotico più riconoscibile.

Un’unica grande navata

All’interno si trova un’unica grande navata, con una serie di archi a sesto acuto e una decina di cappelle per lato e certamente interessanti sono le vetrate colorate che percorrono la navata. Alle spalle dell’unico altare maggiore potete applaudire al coro delle clarisse, un ordine di monachelle istituite proprio da Santa Chiara.

Su di una parete a destra è possibile ancora ammirare i frammenti di un affresco di Giotto. Durante la II Guerra Mondiale la basilica fu bombardata e solo durante il restauro furono rimossi alcuni postumi particolari barocchi.

La bellezza del Chiostro

Molto particolare è il Chiostro Maiolicato, che ogni giorno attira miriadi di visitatori. Il Chiostro del monastero ha subito nel corso dei secoli varie trasformazioni. La più importante è stata eseguita dal Vaccaro, tra il 1742 e il 1769, durante il badessato di Suor Ippolita Carmignano. La struttura trecentesca, composta da 66 archi a sesto acuto poggianti su 66 pilastrini in piperno, è rimasta invariata, mentre il giardino è stato completamente modificato.

Il Vaccaro ha realizzato due viali che, incrociandosi, hanno diviso il giardino in quattro settori. Fiancheggiano i viali 64 pilastri a pianta ottagonale, rivestiti da maioliche con scene vegetali. Le decorazioni delle maioliche si devono agli artigiani Donato e Giuseppe Massa, che hanno armonizzato la policromia del Chiostro con tutti gli elementi architettonici e naturali circostanti.

I pilastri maiolicati sono collegati tra loro da sedili sui quali, con la stessa tecnica, sono rappresentate scene tratte dalla vita quotidiana dell’epoca. Le pareti dei quattro lati del chiostro sono interamente coperte da affreschi secenteschi, raffiguranti santi, allegorie e scene dell’Antico Testamento.

Sul lato destro del Chiostro è religiosamente conservato un presepe, inno dell’artigianato napoletano, interamente costituito da statuine e pastori dell’700-800. Caratteristica è l’assenza della mangiatoia. La natività è immersa in una struttura romana diroccata, a simboleggiare il trionfo del cristianesimo sul paganesimo.



Benito Dell'Aquila