Gli scrittori della Grande Guerra

Roberta Latorre

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A esattamente cento anni di distanza dalla battaglia di Caporetto che durante la prima guerra mondiale vide schierarsi lungo la valle dell’Isonzo l’esercito italiano, sconfitto clamorosamente, contro le forze militari austro ungariche e tedesche, è opportuno ritornare a riflettere sul significato di un evento così importante e decisivo della storia italiana del Novecento.

Da un punto di vista storico, infatti, la Grande guerra rappresenta una grave frattura, soprattutto per l’Italia. Un momento di fondamentale importanza che ha cambiato le sorti di intere generazioni ed ha modificato irrimediabilmente il ruolo dell’Italia all’interno del contesto europeo.

È molto difficile, per coloro che non hanno vissuto l’esperienza della guerra in prima persona, provare ad immaginare anche lontanamente le atrocità che un evento così catastrofico ha portato con sè, ed è altrettanto difficile pensare al senso di opprimente alienazione che investiva coloro che si videro costretti, per varie ragioni, ad abbandonare la propria casa e la propria famiglia per andare al fronte.

È difficile immaginare tutto ciò anche perché il grado di alfabetizzazione di gran parte di coloro che si trovavano in prima linea era spesso molto basso e pochi sono i documenti pubblicati direttamente dai soldati. Le sole testimonianze dirette che possediamo oggi, dalle poesie ai diari, provengono in gran parte da ufficiali letterati o borghesi, o da intellettuali che, con le loro parole, hanno consegnato a noi posteri una pagina di storia da cui trarre il più utile degli insegnamenti.

Le testimonianze del periodo bellico nascono tutte dall’urgenza di raccontare la propria esperienza e di diffondere chi le proprie ideologie – non trascurando una completa esaltazione eroica di se stessi – chi le proprie ansie più profonde e lo sconforto derivato dalla visione di numerose devastazioni e crudeltà.

Nel primo caso, abbiamo a disposizione una serie di testimonianze di coloro che alla guerra hanno sempre guardato con ammirazione. Basti pensare a Gabriele D’Annunzio, interprete della guerra quale momento glorioso collettivo, ma soprattutto individuale. La diffusione di un’immagine estetizzante ed eroica della guerra passa anche tra le mani dei Futuristi, interventisti fino al midollo e desiderosi di diffondere attraverso l’ecletticità dei propri scritti un senso di vitalità del tutto innovativo. Molti altri scrittori e intellettuali si approcciarono alla guerra con animo propositivo: si trattava di un’occasione unica per rinascere individualmente e allo stesso tempo far avanzare l’Italia da un punto di vista democratico, liberandola finalmente dal dominio austriaco. 

Tra gli intellettuali partiti in guerra come volontari animati da un grande spirito interventista ci sono anche coloro che percepirono ben presto l’inconsistenza delle motivazioni politiche e sociali che erano alla base del conflitto.

Renato Serra, partito come volontario e morto sul campo di battaglia a soli trent’anni, scrive poco prima di morire Esame di coscienza di un letterato, testo significativo che ci permettere di comprendere il modo in cui gli intellettuali italiani affrontarono un momento storico così tanto delicato e traumatico. Questo esame di coscienza non può che portare ad una conclusione univoca, condivisa da molti intellettuali: l’interventismo non ha alcun significato o utilità e la guerra non può che portare distruzione e annullamento, dunque nessun tipo di rinascita o miglioramento possibile.

Ma le testimonianze non sono uno spunto per riflettere solo sulle questioni politiche e sociali del conflitto. Molti testi, soprattutto quelli poetici, mettono in luce un altro aspetto della guerra che è importante non trascurare: l’aspetto autenticamente umano. Molti poeti hanno utilizzato i propri versi per diffondere un messaggio più consolatorio: in un contesto di grande atrocità come la guerra, lo spirito di fratellanza e di umanità che unisce gli uomini emerge anche a discapito delle inimicizie. Il soldato dell’altro versante, prima ancora di essere nemico è uomo e lo spirito di solidarietà si diffonde quasi istintivamente.

Emilio Lussu, anch’egli interventista e partito come volontario, scrive alcuni anni dopo la fine della guerra un libro di memorie intitolato Un anno sull’Altipiano. Lussu denuncia violentemente l’incapacità di alcuni generali, spesso vili e presuntuosi, spietati nei confronti dei propri sottoposti che talvolta venivano sacrificati ingiustamente per la gloria altrui. In un momento in cui dimostrare clemenza nei confronti di un nemico salvandogli la vita era considerato un reato vero e proprio, qualsiasi manifesazione di solidarietà deve essere da noi interpretata come un grandioso atto di coraggio.

Giuseppe Ungaretti, arruolatosi volontariamente come soldato semplice nel 1914, trasforma l’esperienza della guerra in una profonda riflessione sulla fragilità della condizione umana, ma soprattutto sul destino di continui abbandoni e sofferenze che accomuna tra di loro tutti gli uomini che si trovano sul campo di battaglia. La parola scarna, semplice, ma al tempo stesso piena di una forza descrittiva disarmante che caratterizza i suoi componimenti poetici è forse la testimonianza più intensa ed efficace di ciò che la guerra, e nel particolare la Grande guerra ha significato per tutti coloro che ne sono stati protagonisti: nient’altro che un grande, immenso naufragio collettivo.