Gli antibiotici che fanno male all’ambiente

Andrea Colore

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Reed Elsevier p.l.c. è un’ente editoriale anglo-nederlandese, nato negli anni ’90 del secolo scorso dall’unione del gruppo inglese Reed International e dalla storica Elsevier. Fra gli interessi del gruppo – oltre alla legge e all’educazione – c’è anche l’ambito tecnico-scientifico: il gruppo infatti pubblica periodicamente articoli medici e scientifici, oltre che manuali di medicina e riviste di carattere scientifico.

Elsevier è il nome di un noto editore olandese, il massimo a livello mondiale in ambito medico e scientifico – da cui oggi deriva il termine elzeviro, originariamente un carattere a stampa usato dalla casa editrice -, e a questo spetta il merito dell’istituzione del premio Atlas, un riconoscimento attribuito ai contributi scientifici il cui impatto rende migliore la vita delle persone. Fra gli ultimi che hanno ricevuto questo premio ci sono un gruppo di italiani del CNR, premiati per uno studio compiuto sugli effetti collaterali degli antibiotici sull’ambiente, pubblicato su Microchemical Journal e dal titolo Ecological effects of antibiotics on natural ecosystems: a reviewProtagoniste di questa storia affascinante sono Paola Grenni, Valeria Ancona e Anna Barra Caracciolo, ricercatrici presso l’istituto di ricerca delle acque del CNR. A loro, quindi, il merito di essere un punto di svolta nella ricerca e nello studio delle azioni degli antibiotici sull’ambiente.

La strada della ricerca in questo campo è ancora lunga, tanto che di soluzioni concrete e immediate al problema sia difficile parlare subito. Ma il premio è stato dato soprattutto per aver riconosciuto le problematiche riscontrabili a lungo termine legate alla presenza di antibiotici nei nostri ecosistemi.

LA TESI: NON TUTTI GLI ANTIBIOTICI FANNO BENE ALLA NATURA

Per quanto sia innegabile che gli antibiotici siano in alcuni casi una necessità, per noi come per gli animali, non bisogna trascurare gli effetti che questi hanno sugli ecosistemi. Tutto è infatti collegato: quando si assume un antibiotico – sia da parte nostra sia da parte degli animali -, soltanto una parte di esso viene metabolizzata dall’organismo, mentre tutto il resto entra nel ciclo dell’acqua per normale eliminazione fisiologica. La presenza di sostanze con proprietà batteriostatiche e battericide nell’ecosistema altererebbe la normale attività microbica importante per lo smaltimento dei pesticidi e per i cicli biologici (ciclo del carbonio-ossigeno e ciclo dello zolfo).

Alterare, quindi, l’attività dei microbi responsabili dello smaltimento significa intaccare un ecosistema a livello microcellulare. Lo scenario che si prospetta è preoccupante, nonostante il quantitativo di antibiotici nelle acque sia molto ridotto (parliamo infatti di nanogrammi per litro). Tuttavia, quale siano le conseguenze tangibili di questo accumulo di antibiotici non lo sappiamo: l’unica cosa certa è che uno squilibrio microbiotico non può passare inosservato. Ed è per questo che il team di ricerca sta tenendo sotto controllo due aspetti particolari: il primo è l’adozione di un sistema di smaltimento delle sostanze farmaceutiche nelle acque e il secondo è ammonire la gente a prendere antibiotici solo se necessari, senza abusarne.