Furto di bitcoin: la storia più islandese e assurda di sempre!

In MONDO by Catiuscia PolzellaLeave a Comment

Per molti l’Islanda è una terra dei sogni, di diritti, di gente pacifica e gentile. Eppure è proprio questa bellissimo e freddissimo paese del Nord, il teatro di una delle rapine più grandi della storia. Proprio qui, infatti, in uno dei posti dove i crimini non sono proprio all’ordine del giorno, sono stati trafugati dei computer usati per “estrarre” bitcoin.

Il tutto ha avuto inizio tra dicembre e gennaio, quando si verificò la prima rapina in due diversi centri per l’estrazione di bitcoin vicino a Reykjavik, nel sud ovest dell’isola. In tutto furono rubati 600 dispositivi, per un valore totale di oltre un milione e mezzo di euro. Quello dell’estrazione dei bitcoin, quello che in gergo si chiama “minning”, è un business relativamente nuovo, che esiste da pochi anni: in pratica, questi computer, posti in grandi capannoni in luoghi isolati, con la loro potenza di calcolo, contribuiscono al funzionamento della criptovaluta, e per questo i loro proprietari ricevono in cambio un certo numero di bitcoin.

Estrarre bitcoin  richiede enormi quantità di energia, con gravi ripercussioni all’ambiente. Proprio per questo, questi immensi capannoni si trovano per lo più in zone disabitate in Cina, Mongolia e Russia, Canada e Islanda, dove il clima freddo rende più facile raffreddare i computer. Si tratta di zone impervie e difficile da raggiungere per tutti, tranne che per i ladri, che hanno messo in scena in Islanda, dove i crimini sono molto rari e le misure di sicurezza generale molto blande, uno dei primi casi al mondo di furto su larga scala dell’attrezzatura necessaria per estrarre i bitcoin. Finora la polizia non ha trovato i computer rubati, nemmeno provando a controllare consumi anomali di energia sulla rete elettrica dell’isola e seguendo le segnalazioni ricevute a un apposito numero telefonico. Dunque la refurtiva non c’è, ma il colpevole?

Alcune settimane dopo il furto la polizia arrestò e interrogò 11 sospetti, uno dei quali, un 31enne di nome Sindri Stefansson, considerato dall’opinione pubblica come la “mente” del colpo. Nonostante non ci fosse, nessuna prova che lo collegasse al crimine, Stefansson fu detenuto nel carcere di Sogn, non lontano da Reykjavik, in una struttura che viene descritta come “prigione aperta”, in quanto i detenuti hanno stanze private, televisioni a schermo piatto, possono usare il proprio telefono cellulare e guadagnano circa quattro euro all’ora cucinando o svolgendo altri lavori. Insomma, un paradiso dal quale il 17 aprile il nostro presunto ladro è evaso, salendo senza problemi a bordo dello stesso aereo della prima ministra del paese Katrín Jakobsdóttir.

Purtroppo, la fuga del nostro Arsenio Lupin moderno è durata solo 5 gionri ed è finita ad Amsterdam, dove la polizia ha catturato il latitante, riconsegnandolo all’Islanda. Tutto bene quel che finisce bene, ci verrebbe da dire, ma è qui che si genera un paradosso. L’evasione, infatti, non è tra i reati che le autorità islandesi potranno confutare al ladro poichè in Islanda non è un crimine: “Il nostro sistema immagina che una persona privata della sua libertà proverà a riconquistarla. È responsabilità delle autorità della prigione tenerla all’interno“, ha spiegato Jon Gunnlaugsson, ex giudice della Corte Suprema islandese.

Ma non è tutto: la detenzione di Stefansson potrebbe essere stata illegale nel momento della fuga, in quanto lo stato di fermo convalidato da un giudice era infatti scaduto da alcune ore, e Stefansson non era stato formalmente arrestato. Sembra che la polizia gli avesse però fatto firmare un documento in cui acconsentiva di essere trattenuto in prigione volontariamente. Mentre era in fuga, Stefansson ha addirittura scritto una lettera ai giornali locali in cui si diceva stupito di essere al centro di una caccia all’uomo internazionale. Ma una volta in carcere ad Amsterdam, Stefansson ha fatto di tutto per accelerare la sua estradizione, perché in confronto “le prigioni islandesi sono come hotel”, ha detto al New York Times.

Insomma con Stefansson di nuovo dietro le sbarre, i bitcoin sono al sicuro, ma resta il mistero dei 600 dispositivi: dove saranno andati a finire?