Ecco perché “Euforia” ha conquistato sette nomination ai David di Donatello

In SPETTACOLO by Sandy SciutoLeave a Comment

Dopo l’esperienza di “Miele”, Valeria Golino è tornata alla regia con il film “Euforia” che le ha regalato sette nomination ai David di Donatello, manifestazione che si terrà il 27 marzo 2019.

Passata agli onori della cronaca più per la sua vita sentimentale e non per la sua carriera attoriale – nostro malgrado – Valeria Golino ha portato in scena ancora una volta il tema della morte. “Quando ho deciso di fare Euforia non pensavo a questo, non è stata una scelta ragionata né tematica – aveva detto a Cannes – Quando ho mandato il copione al mio direttore della fotografia, Gergely Poharnok, che è ungherese e vive a Berlino, mi ha detto: ‘La morte qui è superstar’. Ma oggi in questo momento in cui il pianeta è preso da cose importanti e terribili le uniche cose che mi sento di raccontare drammaturgicamente sono quelle legate alle tematiche esistenziali e alla morte, che è la regina del nostro pensiero”.

“Euforia”, infatti, è centrato su due fratelli, rispettivamente Riccardo Scamarcio e Valerio Mastandrea con vite opposte che si ritrovano quando uno dei due ha un tumore in fase terminale e, avendo bisogno di cure, si trasferisce a casa sua. Qui i due si riscoprono, ma il fratello in salute sceglie di non rivelare la gravità della malattia al fratello che lo scoprirà dai suoi atteggiamenti e soprattutto dall’aggravarsi delle sue condizioni di salute. La trama si snoda in un contesto familiare molto convenzionale: un fratello ricco, edonista ed omosessuale che ha conosciuto tutti gli agi, compreso quello di rifarsi i polpacci perché piccoli, e che si circonda di amici (tra i quali Valentina Cervi e Andrea Germani); il fratello malato insegnante con una situazione familiare in declino ed un’amante (Jasmine Trinca) che ama a discapito della moglie (Isabella Ferrari) ed una madre, vero collante tra i due fratelli e fulcro della loro esistenza. Durante tutto il film aleggia la morte: quella temuta, quella da non profetizzare, quella da non rivelare e quella da cui preservarsi ma che è inevitabile. La morte è l’argomento mascherato dalla vita voieristica del fratello ricco ed allo stesso tempo l’unica cosa che conta per rinsaldare i legami indebolitisi.

L’attrice e regista ha da subito spiegato il titolo del film: “Euforia è quella sensazione bella e pericolosa che coglie i subacquei a grandi profondità: sentirsi pienamente felici e totalmente liberi. È la sensazione a cui deve seguire l’immediata decisione della risalita prima che sia troppo tardi, prima di perdersi per sempre in profondità. Viviamo in un presente che sembra negare, rimuovere costantemente la transitorietà e irrazionalità proprie della condizione umana, spingendoci illusoriamente a credere di avere il controllo assoluto sulle nostre vite, sui nostri corpi, di poter vincere il tempo, fuggire il dolore. La malattia è, invece, proprio il luogo della fragilità, della caducità, ci mette di fronte ai limiti della nostra esperienza umana ma anche a quanto di più profondo e prezioso essa custodisce. E in questo senso porta i protagonisti a fare i conti con le proprie ipocrisie e a riconoscersi. Ettore e Matteo scelgono di non rimandare più il momento della consapevolezza, scelgono di tornare in superficie”.

Ciò che colpisce di “Euforia” sono essenzialmente tre elementi che giustificano anche i riconoscimenti ricevuti con ben sette nomination ai David di Donatello. Ci riferiamo alla regia, a Riccardo Scamarcio e a Valerio Mastandrea.

 La Golino, forte dell’esperienze lavorative internazionali, si dimostra un talento sopraffino nell’arte dell’uso della camera da presa. È amante delle simmetrie geometriche a vista, dei contrasti di luce, di queste riprese equivoche e di una qualità del modo di girare che è come se riuscisse a far trasparire il senso di dolore che provano i protagonisti, seppur in modo distaccato ma mai superficiale. Per chi non ha mai visto “Miele”, la regista Golino sorprende ed intriga perché racconta attraverso l’obiettivo in un modo diverso dal solito.

Riccardo Scamarcio assume finalmente un ruolo che lo autocelebra nella sua crescita e maturità d’attore. Si cala alla perfezione nelle sorti di Matteo, il fratello ricco, edonista ed omosessuale. Non sbaglia nulla, è impeccabile fino all’ultimo minuto e conquista subito. Non è un caso la candidatura ai David di Donatello come “Miglior attore protagonista”.

Per quanto riguarda Valerio Mastandrea, oramai, è una certezza. A lui si è richiesto di interpretare un ruolo “comodo”, il fratello malato permaloso e con l’aria da indifferente. Su Mastandrea non c’è molto da dire: dove lo metti sta e pure bene. È un talento naturale, un attore tra gli italiani che piace per la sua autenticità ed è piaciuto pure alla giuria dei David che lo hanno considerato nella cinquina della categoria “Miglior attore non protagonista”.

Buona visione!