Fonte: https://expoitalyart.it/ragazza-afgana-steve-mc-curry-foto/

Donne afgane, uno spiraglio di luce verso la libertà che rischia di scomparire

“Donna s. f., nella specie umana, l’individuo di sesso femminile”. Questa la definizione offerta dall’enciclopedia Treccani per determinare in poche semplici righe che cosa si intenda per una “donna”. Una donna è, dunque, in prima istanza un essere umano e in quanto tale dovrebbe godere dei diritti umani, fondamento giuridico delle Costituzioni moderne. Il fatto che, però, si utilizzi un condizionale come “dovrebbe” in un discorso che ingloba la donna e i suoi diritti, inalienabili si ricorda, è davvero un paradosso. Così com’è un paradosso pensare nel 2021 di dover ancora distinguere i diritti che spettano alle donne europee, e quelli invece che non esistono (più) per le donne afgane.

Ragazza afgana, fotografia di Steve McCurry del 1984

È storia ormai, i talebani nell’agosto del 2021 hanno ripreso il controllo dell’Afghanistan. Le donne afgane hanno riperso il controllo delle proprie vite.

Si citavano i diritti fondamentali dell’essere umano, tra questi occorre sottolineare il diritto alla vita, alla libertà, all’autodeterminazione. Ed ancora il diritto ad un giusto processo, il diritto a vivere con dignità. In certi contesti, essi rappresentano dei dati di fatto, in altri come in quello afgano, il raggiungimento di un grande e faticoso traguardo.

Un percorso che è stato costruito mattone dopo mattone per un ventennio e che, poi, è andato distrutto in un attimo.

Sono molti gli afgani, uomini e donne, che stanno in questi giorni risentendo della perdita di quei diritti che il mondo occidentale dà per scontato. Persone, gente comune, che sono ad oggi considerati una minaccia per un padrone che non accetta che loro abbiano in questi anni collaborato con l’estero. Ma, sono soprattutto le donne a temere per la loro vita, perché la loro sotto il dominio talebano non è vita.

Le donne afgane, principali e storiche vittime del dominio talebano.

Il 2001, l’anno in cui dalla caduta delle torri gemelle – avvenuta l’11 settembre – gli americani si rialzano e decidono di combattere il terrorismo abbattendo il suo perno principale: l’Emirato Islamico dell’Afghanistan, al controllo dello stato dal 1996. Quell’anno non era solo cambiata la struttura geopolitica del mondo, ma finalmente le donne di quel territorio poterono tornare letteralmente a respirare.

Dal 1996 al 2001, infatti, secondo i talebani la figura femminile in tutti i suoi aspetti era da censurare. Le donne non erano esseri umani godenti di diritti inalienabili, ma veri e propri oggetti da proteggere, o meglio nascondere. Era vietato loro qualsiasi forma di contatto con uomini all’infuori della propria famiglia. Sarebbe meglio dire, qualsiasi forma di contatto in generale dato che, come già detto, non avevano una vita, ma rimasero nascoste dietro i loro burqa neri senza possibilità di ridere, né di fare rumore mentre camminavano. Tale situazione rimase invariata per anni.

La loro condotta “morale” e comportamentale era dettata all’applicazione nella vita di tutti i giorni della sharia. Si tratta di un complesso di regole appartenenti alla sfera della religione islamica, che aveva assunto dei connotati pericolosi con il gruppo dei fondamentalisti talebani.

In questi giorni di ripresa del dominio talebano in Afghanistan, è proprio il ritorno di quei burqa completi neri e blu per le strade di Kabul, a rappresentare il simbolo della fine delle libertà per le donne afgane.

Un diritto fondamentale che garantisse loro l’autodeterminazione era ai tempi un’utopia per le donne afgane, anche se una realtà per il resto del mondo. La libertà di scegliere chi essere stava, però, diventando un fatto anche in Afghanistan.

D’altro canto, si trattava di un mondo che rimase loro nascosto fino al 2001. Un contesto che cominciarono a conoscere solo dopo quando si resero conto, grazie al sostegno occidentale, che le donne non dovevano vivere come se fossero una specie in via di estinzione. Le donne avevano la possibilità di conoscere, studiare, aprire finestre sul mondo o semplicemente ridere e camminare in libertà.

Sono state le stesse donne europee ad insegnare loro, grazie a diverse associazioni, il reale valore delle loro potenzialità. Ne è esempio concreto la Fondazione Pangea Onlus che dal 2002 si impegna a far ritornare a vivere e sognare bambine, ragazze e donne che avevano ormai, in Afghanistan, dimenticato di essere “esseri umani godenti di diritti”.

Proprio da queste associazioni arriva l’appello più forte e disperato, perché il lavoro di una vita sta rischiando di andare distrutto a causa della ripresa nel 2021 del dominio talebano. Dati i precedenti, tra l’altro, risulta difficile credere che le donne afgane potranno sotto l’emirato talebano attuale continuare a lavorare o studiare.

Parole come sempre smentite dai fatti. Parole diffuse tramite dei portavoce sui social per cercare di placare il nemico occidentale. Fortunatamente esistono le esperienze, quelle vere di donne che confermano la loro condizione di non libertà. Da Leggo.it, infatti, si riporta la denuncia della giornalista per la Radio Televisione afghana, Shabnam Khan Dawran, la quale con profondo coraggio ha dichiarato:

“Volevo tornare al lavoro, ma purtroppo non me lo permettono. Mi hanno detto che il regime è cambiato e non posso lavorare”

Una donna afgana, come tante, che ha deciso di rischiare la pelle denunciando apertamente le negazioni imposte dal dominio talebano.

Senza il coraggio di queste donne oggi non si potrebbe realmente conoscere la situazione in Afghanistan. Donne che dopo aver finalmente ripreso in mano la propria vita non intendono lasciarla andare via solo per paura di morire. I talebani imporrebbero loro solo un non vivere, ovvero una forma forzata di sopravvivenza. Ed è dinanzi a tale alternativa che le donne decidono, quindi, di resistere. Consapevoli che dopo affermazioni contro il regime e denunce spedite al mondo occidentale i talebani verranno per ucciderle, loro continuano imperterrite perché almeno scelgono per se stesse. E scegliere in Afghanistan equivale già di per sé a vivere pur rischiando la morte.

Un altro esempio del genere è offerto da Zarifa Ghafari, sindaca di Maidanshahr dal 2019, la quale nonostante il ritorno dei talebani non intende mollare la carica che ricopre. La sua carriera è la sua vita, e allora preferisce rimanere seduta nel suo ufficio, in attesa del loro arrivo, perché Zhafira lo sa che arriveranno.

Per la rubrica Protagoniste di Avvenire, aveva già dichiarato di volere morire da vera eroina:

Voler vivere da eroe è abbastanza normale, chi non vuole farlo? Ma quando la vita finisce, è allora che la gente deve ricordarti come un eroe. Anch’io desidero vivere da eroe e da modello per il mio Paese e per la mia gente. Ma desidero soprattutto morire da eroe – perché so che un giorno morirò – lavorando sempre di più, di più, di più per la mia gente e per il mio Afghanistan.

Ed è preoccupante solo immaginare come si possa sentire un essere umano che pur conoscendo le sorti del proprio destino non intende mollare. Il suo esempio, come quello di moltissime altre donne, ragazze, madri è uno schiaffo per tutto l’occidente che non deve rimanere a guardare.

Non è più accettabile continuare a leggere di madri che affidano i propri figli ai militari, pur sapendo che non li rivedranno mai più. Non è normale che due uomini si attacchino alle ali di un aereo in decollo, conoscendo i rischi e preferendoli alla vita sotto il dominio talebano. Una ragazza che sui social è già cosciente che il mondo si dimenticherà delle persone in pericolo in Afghanistan, non è il futuro che avevamo progettato per questa gente.

Questa non è una pagina di storia, ma un presente che non doveva ripetere gli errori del passato.

In questi pochi, ma significativi esempi di pezzi di vissuto afgano si è tenuto sempre a dare un volto alle donne afgane citate. Un minuscolo gesto che renda, però, evidente una grave situazione: le donne rischiano di scomparire se non si fa qualcosa per loro. Non è una religione ad imporre queste regole, ma il fanatismo di un gruppo. L’Islam, quello vero, condanna la violenza, non propone la lapidazione per donne solo sospettate di aver commesso un adulterio, né nega loro la libertà di ridere, di vivere.

Le donne europee, quelle che oggi godono di un’emancipazione totale, nonostante la strada verso le pari opportunità sia ancora in salita, oltre ad ammirare il coraggio di queste donne afgane possono sostenerle. Così come tutti, possiamo, nel nostro piccolo non lasciarle sole, non lasciarli soli.

Giulia, 22 anni, italiana: “Oggi mi sono svegliata. Come ogni giorno ho fatto colazione. Ho progettato la mia giornata. Nel pomeriggio andrò a lavoro e se ho tempo spero di riuscire anche ad allenarmi.

Oggi mi sono svegliata e ho scelto tutte le cose da fare. Scegliere é libertà.

Oggi io mi sono svegliata, ma chissà quante bambine, ragazze, donne si sono svegliate in Afghanistan e avrebbero preferito non farlo.

Mi sono presa del tempo per leggere, informarmi, lasciare spazio a chi davvero vuole fare la differenza. Questa non é semplicemente una storia che si ripete, ma una realtà che doveva e deve essere evitata.

Girarsi dall’altro lato non é un’opzione da considerare”.



Giulia Grasso