De Andrè è un poeta medievale, vi spieghiamo il perchè

In #CulturalMente by Monica ValentiniLeave a Comment

De Andrè ha sempre affermato di essere un appassionato delle atmosfere e della letteratura medievali, come diversi dei suoi contemporanei. In effetti il mondo dello spettacolo e della letteratura italiana tra gli anni ’60 e ’80 del Novecento era intriso di medievalismo e numerosi artisti si ispiravano a questa epoca per le loro opere. Basti pensare a Dario Fo, giullare contemporaneo, o Pasolini con i suoi film boccacciani, o ancora Umberto Eco con il suo romanzo “Il nome della rosa”.

De Andrè non esce dal coro medievaleggiante, ma vi è inserito in una maniera del tutto originale: lui non si ispira a canzoni medievali, lui scrive canzoni medievali. E’ come se si immergesse completamente in quel mondo di dame, re e cavalieri. Iniziamo dalla struttura compositiva: le canzoni medievali, nate nella Provenza del X secolo, hanno una struttura ben precisa. Sono costituite da 5-7 stanze (=strofe) simili tra di loro e molto ripetitive, spesso intrecciate insieme da rime semplici. Troviamo una struttura molto simile anche nei testi del cantautore genovese, soprattutto nei suoi lavori più giovanili: canzoni composte da tre strofe separate da un ritornello breve e rindondante.

Ma è nelle tematiche che De Andrè si rivela maestro finissimo della canzone medievale. Nel corso della sua iniziale produzione egli incentra i suoi lavori sul stretto rapporto tra l’amore e la sofferenza. Prendiamo una canzone ben nota: “La ballata dell’amore cieco o della vanità“. Una ragazza pone a un uomo  pazzamente innamorato di lei alcune prove, al fine di accertarsi dei sentimenti che lui prova: l’uomo deve inizialmente uccidere sua madre strappandole il cuore, infine deve lui stesso togliersi la vita. L’innamorato obbedisce incondizionatamente e si taglia le vene pur di accontentare la sua amata. L’ultima prova che l’uomo deve affrontare è la morte.

Il testo di questo pezzo è un continuo crescendo di tensione narrativa, possiamo quasi sentire il fiume di sangue scorrere tra le braccia di questo uomo e il ghigno della ragazza che si beffa del suo amore. In questa canzone ritroviamo i topoi maestri della letteratura medievale: la crescita spirituale del cavaliere attraverso le prove e le avventure, e il rapporto tra l’amore e la morte (eros e thanatos, se vogliamo proprio fare gli intellettuali). In particolare, “la ballata dell’amore cieco” sembra ispirarsi alla poesia in lingua d’oc “Tan mou de cortesa razo“di Folchetto di Marsiglia, poeta provenzale del 1150 circa. Il poeta medievale parla proprio del martirio di un uomo causato dall’amore provato per la propria dama. L’uomo in prima persona si dice contento di soffrire, perché l’amore lo ha elevato al di sopra del dolore terreno.

Non io, che ho imparato a morire

in maniera tale che mi piace moltissimo

poiché nel cuore io vedo il suo volto

e nel guardarla io soffro

perché ella mi ha detto che non mi darà

ciò che le ho chiesto tanto a lungo

e tuttavia non m’impigrisco

anzi il mio pensiero raddoppia sempre

e così muoio al tempo stesso

Proprio come il protagonista della ballata di De Andrè:

Fuori soffiava dolce il vento

ma lei fu presa da sgomento

quando lo video morir contento,

morir contento e innamorato

quando a lei niente era restato:

non il suo amore, non il suo bene

ma solo il sangue secco delle sue vene

 

De Andrè non affronta solo il tema dell’amore, ma anche quello del potere. Da sempre difensore degli emarginati, degli asociali e dei poveri, scherna con arroganza e ironia i potenti. Nella canzone “Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers” se la prende proprio con il fondatore della dinastia carolingia, famoso per aver cacciato la minaccia dei Mori dal suo regno nel 732. Nella canzone il glorioso re ritorna trionfante dalla battaglia di Poitiers e, dopo le grandi fatiche che ha affrontato, ha un solo desiderio: fare l’amore. Trova una prostituta e consuma l’atto, ma quando la fanciulla gli dà il conto da pagare, il re sale di corsa sul cavallo e scappa.

“E’ mai possibile o porco di un cane
che le avventure in codesto reame
debban risolversi tutte con grandi puttane?

Anche sul prezzo c’è poi da ridire
ben mi ricordo che pria di partire
v’eran tariffe inferiori alle tremila lire”

Ciò detto agì da gran cialtrone
con balzo da leone
in sella si lanciò

frustando il cavallo come un ciuco
fra i glicini e il sambuco
il Re si dileguò

Per quanto possa sembrare strano, però, l’ironia della canzone non è tutta farina del sacco di De Andrè. Sembra infatti che egli si ispiri a diverse opere medievali di materia guerriera per beffarsi del re. Nel “Roman de Renart”, raccolta di racconti medievali del XII secolo, il delicatissimo argomento del valore cavalleresco viene trattato con ironia e leggerezza, la stessa ironia che vedremo sulle pagine dell”Orlando furioso” di Ludovico Ariosto (1516).

Questi sono solo due esempi della grande produzione letteraria di De Andrè collegata al medioevo. Per capire quanto egli fosse influenzato da questa epoca ci basta ascoltare la sua musica. Gli arrangiamenti, le melodie, la scelta delle parole ci trasmettono il sentore di un’epoca lontana ma al tempo stesso così reale. E’ il sentore di una musica che non è legata al tempo che scorre, ma rimane sospeso nell’eternità della letteratura.