“Cosa vuoi fare da grande?”: non aver paura di non rispondere

Il confronto con gli altri è questo il dilemma della vita. Siamo cresciuti in una società che paragona continuamente i suoi membri e che, per certi versi, lascia poco spazio alla creatività e, quindi, al cambiamento. Sin da piccoli manifestiamo un particolare disagio, o interesse (dipende dal punto di vista), nei confronti della fatidica domanda: “E tu, cosa vuoi fare da grande?”.

Parafrasando Zero Calcare, questa è proprio una domanda che devasta, poiché quando si è bambini le alternative sembrano essere poche e facilmente raggiungibili. “Mio padre è medico, studierò medicina per diventare dottore come lui” o “Da grande diventerò una ballerina professionista perché questa è la mia passione”. Tutte strade percorribili con costanza e determinazione. Tuttavia, è crescendo che le cose si complicano abbastanza, persino dal punto di vista psicologico.

E se il lavoro dei nostri sogni non fosse uno solo? Come risponderemmo se nel cassetto avessimo più di una cosa che vorremmo realizzare in ambito lavorativo?

La società non ci ha preparato a questo tipo di imprevisto e nessuno sembra, apparentemente, rispecchiare il nostro stesso problema. Nel dilemma del confronto sopra citato non troviamo rappresentazione e ci sentiamo diversi, sbagliati. soli. Ma finora si è sempre scritto al plurale proprio perché non è così.

Siamo in tanti a non rispondere al “Cosa vuoi fare da grande?” con una cosa sola.

Dal post su Instagram di MGMT Edizioni  è nata la riflessione sul cosa si vuole fare da grandi, anche se la nostra strada ci propone molteplici direzioni. In effetti è molto interessanti vedere come siano in molti a condividere quella che è una “problematica sociale” e non personale. Poiché è bene sottolineare che il fatto che una persona non abbia in mente di fare una sola cosa per tutta la vita, o non voglia sviluppare un’unica vocazione è un problema solo della società, non individuale. E’ responsabilità di un mondo poco incline a comprendere la varietà delle possibilità di vita e di carriera.

La realtà è che nel quadro che per decenni ha imposto la società, ciascun individuo è chiamato ad occupare una posizione. Un po’ come se fossimo tutti parte di un ufficio, in cui ogni giorno si deve mostrare il cartellino. Una persona può mostrare il suo singolo badge e se non lo fa, o vorrebbe mostrarne di più, causa un errore di sistema.

Questa è, però, una considerazione troppo rigida del mondo in cui viviamo che è, invece, molto più creativo di ciò che si pensa. Di fatti, l’idea che si debba solo seguire un’unica strada non è molto ancorata nella realtà, ma si tratta più che altro di una narrazione della società stessa che una verità effettiva.

Dunque, in primo luogo non devi sentirti sbagliato se non hai ancora trovato risposta alla domanda “Cosa vuoi fare da grande?”.

Anzi, come si evince dal post che riassume alcuni passaggi del libro “Diventa chi sei” di Emilie Wapnick, chi ha mille idee per la testa è diverso dagli altri solo perché “multipotenziale”. Spesso si pensa che chi sviluppa forme di multipotenzialità in realtà “sia bravo in tutto senza eccellere in nulla”. Questo punto di vista è ciò che ci fa sentire sbagliati, ovvero il fatto di non essere riconosciuti per una singola cosa, ma in fin dei conti, chi ha detto che debba essere proprio così?

Noemi, 23 anni: “Non ricordo di aver mai risposto alla domanda ‘Cosa vuoi fare da grande?’, nemmeno una volta.

Non sono mai stata in grado di proiettarmi nel futuro e ho sempre coltivato tutti i miei interessi con lo stesso entusiasmo.
Le scelte riguardanti il “dopo” mi hanno sempre messo ansia, circondata com’ero da persone che invece sì che avevano ben in mente quello che volevano diventare. Mi sono ritrovata in quinta liceo a non saper scegliere tra facoltà totalmente sconnesse tra loro e ho passato gli anni della triennale con la convinzione che a un certo punto avrei capito quale fosse “la mia strada”. Non è stato così. E, dopo notti passate in bianco perché non sapevo su cosa focalizzare il mio futuro, sono arrivata alla conclusione che va bene così, non fa nulla.

Che forse è pure abbastanza controintuitiva l’idea che ogni singolo essere umano sia destinato a seguire un’unica strada ben determinata.

Forse non siamo proprio destinati a nulla. E sebbene siano tante le persone che hanno un obiettivo e fanno di tutto per raggiungerlo, siamo altrettanti, se non più numerosi, tutti noi che invece non sappiamo che pesci pigliare, perché il mare a quanto pare è troppo vasto per prendere una decisione che sia una. E va benissimo così. Va più che bene.

È normale avere più interessi. È normale non volersi fossilizzare su una cosa sola. Così come è pure normale pensare che valga la pena specializzarsi in solo una disciplina.

Io non so chi stia leggendo queste mie parole, ma mi sembra probabile che almeno uno di voi si ritrovi ora a non sapere su cosa puntare. Bene, avete il diritto di puntare su tutto. Avete il diritto di puntare su nulla. E, anche nel caso in cui decidiate che forse conviene specializzarsi, scommettere solo su una cosa, bene, fatelo, ma non dovete rinunciare necessariamente al resto. Semplicemente perché non tutto deve essere trasformato in profitto. Gli interessi possono rimanere interessi, possono ampliare il vostro bagaglio di persona in quanto tale, e non di lavoratore o lavoratrice. Non dobbiamo annullarci nel mestiere che saremo costretti a svolgere. Non credo sia questo il punto della vita”.



Giulia Grasso