Cosa guardare se sei a casa: Il sorpasso di Dino Risi

“Il sorpasso” è la commedia all’italiana per antonomasia, nonché un capolavoro del cinema di ogni epoca.

Produzione italiana del 1962. 

Regia di Dino Risi. Con Vittorio Gassman, Jean-Louis Trintignant, Catherine Spaak.

Ormai è risaputo che “Il sorpasso” (1962) sia uno dei capolavori della storia del cinema non solo italiano, bensì dell’intero globo. Comprendiamone nel dettaglio le motivazioni, altrimenti sarebbe fuorviante affermare esclusivamente che si tratta di un film fatto bene e ben riuscito con un cast che è quello che è. 

Innanzitutto, pur esordendo con apparenza didascalica la pellicola, proiettando lo spettatore immediatamente nell’ambito dell’oggetto cinematografico in questione, ossia l’automobile come nuovo status symbol di quegli anni Sessanta passati alla storia nazionale italiana come anni del “boom” economico, in verità il regista fin dall’inizio, così concependo la prima sequenza già in automobile nella desolata atmosfera e silenziosa della capitale Roma il 15 di Agosto, volutamente catapulta lo spettatore nel mood cinematografico relativo a tale prodotto artistico, che anche per questo è un gioiello autoriale. 

Difatti, le riprese sono giustamente molto spesso in movimento, e fin dall’inizio, senza stancare mai per caos o confusione di visione, risultando invece questa una scelta coerente con la forte patina da “road movie” che caratterizza questa vivace commedia. Vivace come il suo protagonista, che coerentemente con la velocità della propria automobile è un turbo di parole, azioni, battute, espressioni, sentimenti, goliardia…, insomma, in una sola parola è Vittorio Gassman. 

Forse Dino Risi non avrebbe potuto scegliere uno meglio di lui nel ruolo del protagonista, non solo perché ben calato nel ruolo di un furbo, estroverso e superficiale, ma anche in virtù del fatto che ad interpretare un personaggio come quello di Bruno Cortona qui ci voleva per forza una forza di fluente eloquenza, abile nel destreggiar parole ed immagini, senza mai confondere il pubblico. Ed è così che si rimane subito affascinati da come il suo personaggio riesca, tanto velocemente quanto i più di 100 km/h percorsi spessissimo in automobile, ad evocare mille riferimenti alla realtà contemporanea, tale che viene da pensare che oggi un film così, almeno in Italia, ce lo possiamo sognare. La pellicola aderisce tanto perfettamente alla realtà a lei contemporanea da essere abile come poche nel saperla narrare, con sprazzi qua e là di saggezza inaspettata (c’è un velato omaggio all’oraziano “Carpe diem”) e di denuncia anche politico-sociale, mediati da canzoncine estive che oggi, tuttavia, non son più tali, ma un autentico documento di storia nazionale (come l’intero film, del resto), esempio dimostrativo di come, invece, la musica estiva italiana di oggi sia, a differenza di quella degli anni Sessanta, un passatempo che non resta nemmeno l’anno seguente, ma conformemente alla sua natura “usa e getta”, muore con la fine dell’estate. 

 

 

 

E se all’inizio può apparire tutto semplice, nello svolgimento di azioni che immediatamente e con troppa facilità portano i due protagonisti, diversissimi ma simili, ad incontrarsi (l’altro è il personaggio interpretato da un altrettanto meraviglioso attore, Jean-Louis Trintignant), ci si rende conto man mano che, seppur possa essere parzialmente discutibile la modalità registica descritta, Dino Risi fa così per generare immediatamente quel vorticoso turbo di azioni e parole che deve rendere il film movimentato sin dall’inizio, perché lo dice pure il titolo. E in effetti, perché, in virtù di quell’aderenza ai tempi coevi prima descritta, era la realtà stessa in crescita (solo economica) degli “aurei” anni Sessanta a voler imprimere un tale ritmo. E così vale anche per il montaggio, ovviamente, di un Maurizio Lucidi che è stato anche regista di pellicole. 

 

Stiamo viaggiando a tutta velocità (quasi quasi pare che “Il sorpasso” sia una sorta di “On the road” di Kerouac all’italiana partorito però in seguito in letteratura, e poi anche al cinema) anche noi tra le parole pronunciate, ma anche quelle non dette del francese, che pensa tantissimo, proprio come i personaggi di quel cinema dell’incomunicabilità di Antonioni che dalla maggioranza del pubblico non era né apprezzato né compreso. E infatti, il personaggio gassmaniano, che rappresenta un po’ l’italiano medio del tempo, significativamente richiama alla memoria degli spettatori, in uno degli innumerevoli dialoghi col compagno di quel frammento di viaggio esistenziale, proprio uno dei film del regista dell’incomunicabilità: “L’eclisse”, guarda caso diretto da Antonioni nello stesso anno de “Il sorpasso”. 

 

È bello vedere come in questa commedia la realtà sia presa di petto e di pancia, trattata secondo la sua nudità essenziale, senza caricature né stereotipi, perché anche se il personaggio di Gassman possa sembrare esagerato, in verità di tipi come Bruno Cortona ne esistevano allora e ne esistono anche oggi. Colpisce il fatto che possa bastare anche una semplice giornata di vacanza, ma quando due vite s’incontrano, credendo di essere così diverse, finiscono poi per scoprirsi reciprocamente, scoprendo che poi tanto diverse non lo sono. È quello che succede a Gassman, che simpatizza per il giovane Trintignant nonostante la differenza di astuzia e di responsabilità: la prima porta alla vittoria del primo, la seconda del secondo. 

Ma anche il francese trova divertente Gassman, stranamente a detta sua (anzi, a pensier suo) soprattutto per gli aspetti negativi della sua personalità, che lo portano ad essere socievole fin troppo e burlone. 

Naturalmente (e qui non c’è niente di banale o scontato, anzi è tutto realistico) l’amicizia tra i due matura davvero solo verso la fine, e quindi anche la reciproca simpatia. Ed è significativo che i due personaggi non riusciranno a dirsi quello che pensano davvero alla fine l’uno dell’altro, ossia che si vogliono bene, che l’uno ha scoperto nell’altro un amico, e questo perché in fondo anche Gassman è portavoce di quella stessa incomunicabilità caratterizzante l’amico e il film di Antonioni richiamato con derisione. 

 

Gassman parla tantissimo e pensa poco, a differenza dell’amico, ma lo fa celando la sua profondità e sopprimendo quell’anima insoddisfatta che sa bene di non aver raggiunto la felicità a 100 all’ora, scherzando e godendosi la vita, ma fa finta di niente e continua a scherzarci su. L’incontro con Trintignant gli apre gli occhi in un certo senso, e lo conduce anche a trascorrere qualche momento in più con la figlia, pur rivelando nel rapporto con lei amare contraddizioni, frutto degli sbagli di un uomo che ha così tanto sorpassato le fasi della giovinezza, cogliendo in un illusorio “boom” solo economico ulteriore motivo di riscatto e di gioia, che in realtà non ha vissuto pienamente, proprio come Trintignant che non riesce a comunicare davvero i suoi sentimenti e le sue emozioni alla ragazza di cui è innamorato, per paura di agire, di ferire, per senso del dovere (lo studio e il pensiero di un lavoro che sembrano fonte di preoccupazione per lui), per esistenziale paura dell’esistenza. 

E così Dino Risi sfida le apparenze, anzi, per restare in tema le supera e le avanza, omaggia Antonioni e lo traduce in una chiave da commedia, con l’ulteriore merito di rivelare al suo collega regista che si può essere incomunicabili pur “comunicando” tantissimo, come Gassman qui. 

Ma la sorpresa più grande risiede nel finale, allora ingiustamente criticato, ma anche stupidamente, solo perché tutte le commedie secondo certa gente dovrebbero essere a lieto fine, ma una vera commedia, come la vita stessa, ed una vera pellicola che s’appiccica alla sua realtà così tanto da non abbandonarla mai, secondo per secondo, finisce, come la vita, e quindi finisce anche male. Dopo più di un’ora e mezza di azione, movimento, vita, un tal film poteva finire solo con il suo esatto contrario, altrimenti sarebbe continuato all’infinito, per coerenza. E quindi, i minuti finali vedono l’incidente straziante (ma non eccessivamente) che lentamente (relativamente alla ripresa che è più statica, e non in movimento) conduce alla morte del personaggio di Trintignant e alla conclusione del film. 

È un capolavoro “fotogrammatico” della storia dei fotogrammi del cinema di tutti i tempi lo sguardo in epilogo del grandissimo Vittorio, interprete non più ormai dell’italiano medio, ma di qualunque uomo ormai morto dentro, dal momento che ha perduto anche l’unica scossa che avrebbe potuto cambiare davvero la sua vita, ma è finita, in tutti i sensi. Tuttavia, sembra che Dino Risi ci stia alla fine comunicando non che non resta che commuoversi in fin dei conti, bensì che non ci rimane altra scelta se non la constatazione di una realtà in continuo movimento, che però conduce anche alla sua contrastante assenza, e quindi ad inevitabili quanto negative conseguenze. Profetico il regista, profetico il film, dichiarazione di implicita denuncia dei malesseri sociali ed esistenziali nascosti dallo sfrenato senso e desiderio di ricchezza dei tempi trattati, e incredibile anticipazione di un’imminente fine che di lì a poco sarebbe arrivata. Il finale, dunque, non fu capito, o si fece finta di non accettarlo per non voler sottostare ad un’ineluttabile realtà che avrebbe, di lì a poco, preparato il suo terreno fertile per l’alba della crisi. 

P.S.- Impagabile e proverbiale come poche musiche la colonna sonora firmata dal magnifico Riz Ortolani. 

Valutazione: Capolavoro