Considerare il viaggio come un vizio è un errore, vi spieghiamo perché

Gaia Toccaceli

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Nell’età dello sviluppo economico e della scalata al successo tutti ci vogliono perfetti, ligi al dovere, regolari con le scadenze e devoti al lavoro. Considerare ugualmente importanti attività alternative è un’eresia. La Generazione Boomer, ovvero coloro che sono nati tra gli anni del dopo guerra e del boom economico, considera questi ragazzi di oggi degli oltraggiatori del lavoro, mentre la successiva Generazione X si vede poco ripagata degli sforzi per mantenere i propri figli. Quasi che la scelta di tracciare la propria strada verso il futuro passando per l’Università o per un lavoro ritenuto poco dignitoso sia inappropriato e da considerare solo una forma di temporeggiamento. Forse ci si è dimenticati dei numerosi incontri fra due soldati in guerra, quando la parola scambiata con un compagno straniero portava a sentirsi meno soli, quando tra una sparatoria e l’altra era di grande conforto incontrare lo sguardo di un uomo a metà tra la gioia di essere sopravvissuto e l’angoscia del dover sopportare altre tragedie.

In un’epoca in cui l’incontro è facilitato dall’evoluzione dei mezzi, paradossalmente il viaggio viene considerato solamente un vizio. D’improvviso risulta essere  una perdita di tempo che toglie spazio ai doveri quotidiani, alle pratiche d’ufficio, alle pagine da studiare. Come se fosse qualcosa che ci porta altrove dal mondo, eppure sempre nel mondo restiamo.

Perché si è persa la bellezza di uno sguardo, di un paesaggio nascosto, la scoperta di colori e profumi nuovi, di emozioni nuove? Com’è possibile che la realizzazione di ciascuno di noi sia possibile solo attraverso un 30 e lode o un aumento di stipendio e non più per mezzo della fatica del cammino, della conquista di una vetta, della stretta di mano con un uomo di un’altra città?

Perchè prendere mezzi diversi, incontrare persone di un’altra cultura, scambiare due parole con genti straniere non dovrebbe essere considerato arricchente tanto quanto il successo personale nella vita di ogni giorno?

Non significa giustificare il vagabondaggio fine a se stesso a spese della propria famiglia. Si tratta di una scelta che sia il più equilibrata possibile tra il dovere che ognuno di noi è tenuto a rispettare e la propria crescita personale. Mettersi in discussione su fronti scoperti, verso orizzonti nuovi che possano arricchirci e portarci a non temere il confronto, a convivere con ciò che è altro da noi, scoprendo la ricchezza insita in ogni esperienza. Ogni luogo che ha la virtù di non essere “questo” luogo meriterebbe una parte nel nostro cammino. E come scriveva  Christopher McCandless: “La gioia di vivere deriva dall’incontro con nuove esperienze, e quindi non esiste gioia più grande dell’avere un orizzonte in costante cambiamento, del trovarsi ogni giorno sotto un sole nuovo e diverso”. Un invito a mollare gli ormeggi, non per fuggire ma per progredire, non per “staccare” ma per concentrarsi su nuove realtà, non per svuotarsi ma per riempirsi di nuova linfa.

La nostra sfida consiste nel non lasciarsi incatenare dal pensiero che i doveri siano la nostra unica responsabilità, che sia corretto privarci dell’esperienza, che sia meglio tenerci al sicuro dalle “minacce”. Non è con la chiusura che si abbattono le barriere.