Con “Evergreen” Calcutta ci ha fregati tutti, di nuovo e noi muti!

Sandy Sciuto

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Oltre le domande su chi siamo, ci trasferiremo su Marte, saremo mai felici, impazza tra amici e sui social una, anzi, LA domanda: “Ti è piaciuto il nuovo album di Calcutta?”. Ma bah, non lo so, forse!

 “Evergreen” è il secondo progetto discografico del romano Eodardo D’Erme, per tutti Calcutta, quello che intonando “volevo solo scomparire in un abbraccio” in “Cosa mi manchi a fare” è diventato indispensabilmente necessario per l’Indie italiano. Calcutta, infatti, è la rappresentazione vivente, l’incarnazione dell’Indie che si è fatto uomo. Calcutta è l’indie. L’indie è Calcutta.

Dopo il primo album apprezzato dai più e che gli ha dato attenzione, visibilità e popolarità, “Evergreen” è la nuova scommessa da vincere per Edo che rilancia e si gioca tutto senza paura.

Il disco con una copertina bucolica quasi totalmente verde, ambientata tra i prati, gli alberi, le pecore ed un mini Calcutta con felpa verde in posa, è composto da dieci canzoni di cui già conosciamo “Orgasmo”, “Pesto” e “Paracetamolo”.

Senza tanti giri di parole, “Evergreen” è un album tremendamente, inevitabilmente e banalmente calcuttiano, concedeteci il neologismo.

Se ci si fermasse al primo ascolto, non ci sarebbero problemi a dire che per musica e testi esiste meglio. Quindi, avanti il prossimo. Ma è il secondo ascolto che frega, ci frega tutti indistintamente colti e meno colti, amanti del genere e non.

Al secondo ascolto, “Evergreen” sprigiona tutta la potenza della poetica di Calcutta e non ti lascia più in pace, trascinandoti nel vortice di rime baciate già sentite, frasi senza senso e ritornelli ben piazzati e giocati.

Perché, in fondo, lo stile di Calcutta è basato sulla “teoria del vedo o non vedo” che ricorda Nanni Moretti quando in una tra le scene cult dei suoi film al telefono interroga l’amico chiedendo: “mi si nota di più se vengo o se non vengo?”

La musica di Calcutta è proprio così. Ad ogni ascolto ti chiedi se davvero ha messo in musica quelle parole, quanto l’arrangiamento sia convincente ed innovativo e se, in sostanza, riempie le nostre giornate con la sua musica rimanendo impresso nella mente perché è bravo davvero o perché ha scoperto il segreto per ipnotizzarci.

Più che un cantante ed autore, Calcutta è un personaggio. Con uno stile – forse finto – trasandato e malandato, ad ogni stagione dell’anno si presenta con felpone multicolor, occhiali da sole e cappellini in perfetto stile da pescatore di fiume, mantenendo barba e capelli da nerd evoluto indie.

Il copione musicale, così, è sempre lo stesso. Stavolta in “Evergreen”, forte dell’esperienza precedente, Calcutta si è giocato altre città come Versailles e Venezia, ma anche il Mar Mediterraneo e Corso Sempione.

Il verde è ufficialmente il colore preferito di Calcutta. Non solo già presente in una canzone dell’album precedente ossia “Del Verde”, ma adesso lo si trova ovunque: nel titolo dell’album, nella copertina e in canzoni come Pesto e Kiwi (notoriamente di colore verde). I titoli dei brani sono emblematici: l’album si apre con delle briciole, passando da saliva, kiwi, paracetamolo e pesto per ultimarsi in un orgasmo.

Niente politica e religione: sono temi che Calcutta evita per lasciare posto alla declinazione dell’amore perso, conquistato, ritrovato o riciclato.

Quindi, tra un urlato “Wè deficiente!”, “Ohh Mondocane” e un Frassica con Raffaella Carrà in “Nuda nudissima”, ci si ritrova senza capire perché a ripetere “e adesso tutte le strade mi portano alle tue mutande” anche soddisfatti o “lo sai che la tachipirina 500 se ne prendi due diventa 1000” pensando “che genio!” o “tu sei una donna per me nel senso che per me tu sei una donna” o “camminavi con la nebbia nei risvolti” e potremmo continuare all’infinito.

Le canzoni di Calcutta, però, piene di frasi no sense poi diventano energia, motore propulsivo per le giornate da #maiunagioia di tutti e fanno sorridere e dire tra sé e sé ma cosa sto cantando, sghignazzando. Accadrà con “Saliva” quando arriverete a “La cosa più bella che hai sono i nei che punteggiano i discorsi tuoi. La cosa più bella che hai è la tua saliva che ri-sbatte forte come il mare i miei pensieri a riva”.

In “Evergreen” Calcutta dà il meglio di sé, più di prima, e si rimane tutti coinvolti, ipnotizzati, compiaciuti e affascinati senza motivo.

Oltre i singoli estratti, tra le novità presenti nell’album spiccano per bellezza “Briciole” e “Hubner”. Calcutta ci ha tenuto, inoltre, a scrivere dell’esperienza in Rai quando è stato ospite di “Quelli che il calcio”, sperando come spettatore nel suo gatto sul divano.

Insomma, per iniziare “Evergreen” va ascoltato almeno due volte se volete che Calcutta vi faccia compagnia con i suoi testi impegnati e disinibiti. E poi a voi la scelta se amarlo o dimenticarlo.

Buon ascolto!