C’era una volta il Monopoly

Alfonso Lauria

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Chi non ha mai giocato almeno una volta nella vita a Monopoly? Chi con questo gioco, assoluto simbolo del capitalismo, non ha seriamente rischiato di troncare relazioni o amicizie più che secolari, per pagamenti milionari ed hotel sparsi un po’ ovunque?! Beh, questo gioco fin dalla sua geniale invenzione nel 1904 per opera di Elizabeth Magie ha letteralmente fatto impazzire il mondo e plasmato giovani quanto impensabili agenti di commercio e immobiliari. Dalla sua comparsa in America, Monopoly ha subito notevoli trasformazioni, le quali presero una strada “leggermente” diversa dalle intenzioni originali.

Incalcolabili fraintedimenti, litigi, rapporti cambiati o addirittura rotti e stravolti per esorbitanti tasse o pagamenti che costringevano un’immediata bancarotta ed esclusione dal gioco, per permettere alla fine un unico grande capitalista ultramilionario (che poi, diciamo la verità, chi ha mai completato almeno una volta, una singola partita?! ). Nei suoi circa 100 anni, tra i giochi più popolari e longevi al mondo, Monopoly è cambiato radicalmente: all’inizio della sua più che gloriosa carriera fu concepito come critica e sfida al sistema capitalistico della proprietà privata, servendosi per l’appunto di un gioco da tavola.

La geniale ispirazione venne in una fredda mattina di novembre, quando Elizabeth Magie, lesse il testo “Progresso e Povertà” di Henry George, secondo cui, attraverso numerosi viaggi per l’America, si rese conto che le disuguglianze proveniva proprio dalla proprietà terriera. Quindi, George lanciò numerose campagne per cui si iniziasse a tassare i terreni e che i successivi prelievi fiscali fossero reinvestiti per il benessere di tutti.

Fu così che nel 1904 Magie ebbe l’illuminazione geniale: contrastare e portare nelle case di ogni americano quali fossero i mali e le ingiustizie del capitalismo che divorava e disprezzava ogni cosa (persone comprese) ed evidenziava ad ogni palazzo costruito o terreno comprato, il profondo burrone tra ricchezza e povertà. All’inizio fu chiamato “Il Gioco del Proprietario ” (si, fa ridere un po’) e si basava su un tabellone a circuito, modalità che rappresentò una vera e propria novità per l’epoca e fu basato su due diversi “pacchetti” di regole, uno per la pari ricchezza, l’altro per la vittoria del singolo.

Secondo la prima versione (della “prosperità“), ogni giocatore guadagnava soldi tutte le volte che qualcun altro acquistava nuove proprietà e il gioco veniva vinto da tutti, una volta che un giocatore raddoppiava la propria cifra iniziale. Che noia, che barba, che barba, che noia!

Invece, e qui viene il bello, secondo la versione del “Monopolista“, si riscuotevano affitti da tutti coloro che erano stati abbastanza sfortunati da passare di lì e si basava sul mandare in bancarotta tutti gli altri, rimanendo il vincitore incontrastato. Familiare? Ovviamente è il Monopoly di oggi!

 

L’obiettivo era sottolineare e far riflettere sui diversi andamenti e conseguenze che poteva mettere in moto la feroce corsa alla terra, e da qui comprendere come i diversi approcci alla proprietà terriera potessero modificare gli equilibri dei diversi strati sociali. “Avrebbe potuto chiamarsi Il Gioco della Vita, perché contiene tutti gli elementi di successo e fallimento presenti nella realtà e l’obiettivo è lo stesso che la specie umana sembra avere, l’accumulo di ricchezza” fece notare una volta Elizabeth Magie.

 

Succesivamente la “Parker Brothers comprò il brevetto dalla Magie, stravolgendone i principi originali e rivoluzionando completamente alcune regole e soprattuto il nome, ribattezzato definitvamente come “Monopoly” e da lì in avanti avrebbe seguito solo un principio: insegui la ricchezza e distruggi i tuoi avversari se vuoi uscirne vincitore. Beh, cara Elizabeth, dispiace se il tuo gioco fu stravolto ma così è decisamente più interessante.