Adriano Panatta: momenti di gloria e languidi rimpianti

In #artecultura, #CulturalMente, #Reportage, SPETTACOLO, SPORT by Vincenzo Filippo BumbicaLeave a Comment

Cosa vuol dire avere un talento oltremisura glielo doveva far vedere a tutti: ai belli e ai brutti.
Dall’alto di questa sua raffinata qualità tennistica Adriano Panatta però soffriva i primi: gli attaccanti puri e in generale quelli che giocavano come e meglio di lui che poteva dargli la paga solo in una giornata di grazia straordinaria, mentre andava a nozze con gli altri, quella pletora di tennisti attaccati al punto come l’edera sul muro che con sprezzo chiamava”Pallettari”: batterli con un tocco di classe in più era un sottile piacere ma anche una questione d’onore.

A cavallo dell’inizio dell’era open, questo giovane e brillante tennista sfatò lo stereotipo del romano pigro e indolente incominciando, con la pretesa di vincere solo giocando bene, una lunga serie di sfide al calor bianco con siffatti personaggi sull’affascinante sfondo di un arena cruenta dove è più facile cadere nella polvere che salire sull’altare.
Guascone e incosciente Adriano al Roland Garros edizione 1973, sprigionava un tennis aggressivo e rischioso e per questo riuscì a battere Bjorn Borg, il biondo figlio di Odino che di lì a poco sarebbe diventato un signor qualcuno. Perderà poi in semifinale inesperiente alle zingarate tennistiche iscenate dal volpone slavo Niki Pilic.
Una esperienza propedeutica e nel giro di tre anni diventò un‘artista del tennis, uno che  appoggiandosi al servizio e con un diritto niente male prendeva la rete per disegnare colpi di volo come arabeschi sul campo.

Roma 1976, internazionali d’Italia sui campi in terra del foro italico: Adriano più temerario che mai, annullò al primo turno ben undici match ball al carneade australiano Warwick, poi in un crescendo rossiniano arrivò in finale e vinse il torneo nella sua amata città contro l’arrotino argentino Guillermo Vilas.

Parigi, giugno dello stesso anno e stessa superficie: agli internazionali di Francia sui campi rossi del Roland Garros e Adriano continuò con le sue magiche prodezze cancellando di prepotenza un match point al ceco Pavel Hutka con una voleè definitiva effettuata in tuffo a volo d’angelo e dopo esaltato nei quarti a furia di smorzate e variazioni sul tema, fece fuori anche stavolta il totem Borg, ormai re incontrastato della dinastia del top spin poiché fresco reduce da ben due titoli consecutivi, per infine approdare in finale dove con una cattiveria inusitata ebbe la meglio sul monotono Harold Solomon, tipico rappresentante di quella succitata categoria di regolaristi a lui particolarmente invisa:coloro che la mettevano sempre sul palleggio insistito e sfiancante pur di vincere il punto,

Santiago del Cile, finale di coppa Davis, un carismatico Adriano vestito di rosso, in barba al generale Pinochet e ai suoi accoliti, conclude trionfalmente quell’anno di grazia assieme al suo amico nemico Corrado Barazzutti e al collaudato compagno di doppio, l’uomo dal braccio d’oro, Paolo Bertolucci, portando in Italia e per la prima volta la mitica insalatiera d’argento.
Capitano non giocatore della magnifica squadra era il mostro sacro Nicola Pietrangeli da lui battuto nella storica finale  per il titolo italiano del 1970 che dunque superò il 24 agosto 1976, al culmine di quella stagione irripetibile, come miglior italiano di sempre nella classifica mondiale: il prode Panatta raggiunse infatti il numero quattro dell’ambita graduatoria.

Tre indizi di solito fanno una prova,ma questi erano anche una controprova inconfutabile: quell’italiano bello e impossibile era un fuoriclasse assoluto, ma lunatico e discontinuo mostrava spesso quest’altra faccia della stessa medaglia anche se con personalità era pronto ad affrontare il suo rovescio.
Sidney 1977, l’anno dopo quella splendida combriccola confermava la finale e a casa degli australiani un imprevedibile Panatta,prima perdeva secco con Tony Roche, poi a sorpresa a fianco del fidato Bertolucci vinceva il doppio e infine sfiorava una vittoria che avrebbe rimesso tutto in discussione perdendo 11-9 al quinto contro una della sue bestie nere: John Alexander.
Wimbledon 1979 alla soglie di una storica semifinale privo del mordente necessario e sguazzando nella vana gloria del sua superiorità tecnica l’egocentrico Adriano si fa colpevolmente impallinare dal niente più che onesto e modesto tennista naturalizzato statunitense Pat Duprè.
Nel frattempo assieme ai suoi pards raggiunse un’altra finale dove tutto diventò vano contro lo squadrone USA nel quale già brillava il geniale John McEnroe.
Neanche il tempo di indugiare sull’ultimo languido rimpianto di un’altra finale di Davis perduta a casa dell’odiato e implacabile Ivan Lendl che siamo ai titoli di coda che scorrono con la sua indelebile firma d’autore con la vittoria nel torneo di Firenze 1980, ai danni del messicano Raul Ramirez.
Un consuntivo di solo dieci vittorie in singolare e diciassette in doppio nel circuito sembrano poco per un tennista del suo stampo, ma alla fine per sua stessa ammissione ha vinto quello che voleva e quello che si era meritato.


Saranno, tra poco, quaranta anni da quell’incredibile tris di vittorie del 1976: Roma, Parigi e la Davis, Adriano Panatta oggi è un uomo per tutte le stagioni perché non ama vivere di ricordi ma conserva intatto il valore della memoria e la figura del ragazzino che era, innamorato del suo tempo che si faceva portare in braccio dalla vita, quella vera imparata dalle sue umili origini inseguendo palline nel circolo del tennis dove il padre lavorava come custode, ha un preciso significato.

Quell’esperienza di vita formata dal piacere di giocare a tennis, al seguito di qualche racchetta di legno, non più di due paia di scarpe di tela, tante masserizie e perfino cibarie era l’incanto custodito nella sua valigia piena di sogni.
Impunito,tagliente,ironico e dissacratore come commentatore televisivo del tennis l’ultrasessantenne Adriano Panatta, che si è ritagliato anche un altro suo spazio alternativo, fugge via dai rimpianti e rinnova continuamente quell’antica vivacità, senza cui in un mondo sempre più avvitato su se stesso sarebbe complicato trovare le giuste coordinate, per inseguire, questa volta, la sua voglia di fare che poi diventa la sua magia di esistere.